La Marazzi documentarista ha identità, voce, capacità visiva. La Ragazza con la Leica ha la variopinta pretesa, spalmata su un'ottica smaccatamente in pellicola da qualche millimetro, di dare voce a un'esistenza la cui luce si è affievolita nel tempo. Attraverso testimonianze, voci dirette, sguardi in camera e relazioni tormentate riflette anche sul femminismo. La ragazza in questione è una giovane effervescente, che cerca la vita nella morte come fosse in preda ad un inseguimento senza esclusione di colpi. Fuma, fa l'amore, si innamora ma con distacco. Crede nel potere della fotografia, le si vede l'immagine riflessa negli occhi. Viaggia in un'Europa di scuotimenti. È il 37' e i regimi imperversano.
La Marazzi ha il pregio di catturare la necessità di tanti giovani che si sentivano in debito con qualcuno, forse anche solo in relazione alla propria età. Il tentativo di tradurre tale pregio si traduce, a livello puramente narrativo, nella pastiche di quando (chi l'ha scritto?) bisogna per forza accostare la finzione al documentario. La superficie rimane scarna, impoverita da un polverone oltre la lente della piccola Leica. A partire dal tema, decisamente bisognoso di più approfondimento. Le immagini in sequenza rimango vitali, anche se sfondo del malessere che permea il film. Commistione caotica di recitazione (sentite per quanto spesso vicine all'isteria), stili, idee, linguaggi e persino intenzioni. Tocca punti, stressa per altri. La forma ibrida e apparentemente libera si snoda poco sciolta tra diario di bordo e situazioni sparute di natura mondana, accese da piccoli spiragli in un montaggio serrato che a tratti toglie il respiro o impedisce di trovare fiato nel marasma della vicenda.
Quel che resta dello specchio di una generazione spazzata via dalle pieghe del tempo, impressa sulla carta ingiallita delle piccole foto, è la mancanza di autenticità, l’artefazione, la non dovuta intellettualizzazione dell'insieme. Può divenire sincera o più autentica ma solo perché inframezzata in punti poco definiti da componenti documentaristiche. Svariate espressioni costrette a convivere non fanno altro che aggravare una confusione che, a prescindere da una riconoscibile identità, non coglie la portata della dolorosa nota finale.




