Adattare la prosa lirica, frammentata e visionaria del romanzo di Alberto Capitta non era un’impresa semplice. In Alberi erranti, il realismo magico è una chiave di lettura esistenziale per immergersi in una Sardegna a cui è impossibile attribuire una collocazione storica precisa, una terra fuori dal tempo.
Il film intreccia le vicende di tre nuclei familiari in contrasto: Piero Arca e il figlio Giuliano sono dei reietti per via del loro stile di vita non convenzionale di prendersi cura degli animali selvatici feriti, considerato aberrante dalla comunità; i Nonne sono una spietata e opulenta famiglia di cacciatori, il cui figlio minore è l’unico amico di Giuliano; i Branca sono i borghesi illuminati, la cui figlia Maddalena è promessa in sposa all'erede dei Nonne, tra le perplessità di suo padre. Quando Piero scompare improvvisamente, la ricerca disperata di Giuliano mette in moto il racconto.
Mereu vuole restituire attraverso le immagini un’atmosfera a tratti onirica, a tratti spietata, in cui gli esseri umani più si allontanano dalla natura, più si dimostrano feroci. La foresta sarda è un ecosistema primitivo, sospesa tra la neve e le montagne, in cui risiede l’unico rifugio alla spietatezza della società. La durata di 180 minuti rende la visione un’esperienza ampia, lenta, che esige immersività da parte dello spettatore. I tempi dilatati servono a far sedimentare il mutare delle stagioni e del paesaggio, a far abbracciare l’ingresso in un’altra dimensione. Questo permette di dare respiro alla doppia anima del viaggio di Giuliano: il conflitto di classe da una parte, dall’altra il recupero di un’innocenza spezzata.
L’unica vera forma di ribellione all'ordine costituito risiede nell’infanzia: nella regione de “I Bambini” Giuliano trova, in mezzo alla fitta boscaglia e i corsi d’acqua stagnanti, un gruppo di ragazzi sperduti, di cui diventa il custode e si prende cura come aveva fatto con gli animali insieme al padre. Come loro due, anche questi ragazzi sono discriminati, costretti a rimanere invisibili e scacciati dal paese “civile”. E nella società parallela da loro creata, in piena antitesi con Il signore delle mosche, il film trova una fuga utopica e speranzosa, seppur consapevole della sua instabilità intrinseca.
Se in Assandira, Mereu si confrontava con la fine della tradizione isolana davanti allo sviluppo della modernità, in Alberi erranti trova spazio per la resistenza attraverso la fiaba e lo spiritualismo. Il rapporto con la terra, autodistruttivo per il protagonista incarnato da Gavino Ledda, evolve in una comunione più ampia con il territorio, e l’impossibilità di lasciare da parte la tradizione diventa recupero del folklore attraverso il nomadismo. Tutto questo trova sintesi visiva nel simbolo della sedentarietà, la sedia che Giuliano si porta alle spalle durante la ricerca del padre, e che lascia per diventare a sua volta la figura genitoriale dei ragazzi sperduti.
Alberi erranti si dimostra un’opera complessa, ambiziosa, un film fiume che rappresenta un’evoluzione per il regista e una sfida di partecipazione per il pubblico. Il Nuovo Cinema Sardo, di cui Mereu è rappresentante, continua a dimostrarsi in grado di utilizzare il racconto di radici e ferite regionali elevandole ad allegoria universale.




