Nel 2021 i talebani mettono al bando la musica in Afghanistan. Nazar (Babak Karimi), un direttore d’orchestra e suo figlio Jalil (Ivar Wafaei), suonatore di tuba, sono costretti ad abbondonare la loro terra nella speranza non solo di una vita migliore ma anche di riuscire a suonare ancora. Qui, tra Serbia e Montenegro incontrano Greta (Matilda de Angelis), dottoressa alla sua prima missione umanitaria, pronta ad aiutare le migliaia di migranti che ogni anno tentano la traversata balcanica per arrivare in Europa.

Sorcinelli rifiuta il sensazionalismo. Racconta la migrazione con lentezza, immagini e corpi. La macchina a mano “pedina” i personaggi e ci restituisce ogni loro movimento, e con esso ogni loro sensazione. La disumanità della rotta non è mai messa in scena con estrema brutalità, eppure si avverte tutta. La fotografia mostra un altopiano balcanico affascinante e respingente insieme. Il luogo dove si trovano è freddo e inospitale tanto quanto quella fetta di mondo che potrebbe accoglierli.

In questo viaggio la musica torna sempre, quasi più con le immagini che con il suono. È un baluardo di libertà. Padre e figlio devono tornare a suonare, non ci sono alternative: è l’imperativo che li tiene uniti anche quando l’unica via sembra tornare indietro. Karimi e Wafaei formano una coppia perfettamente amalgamata. Su tutti spicca l'interpretazione del padre, il personaggio più dirompente del film, capace di far sorridere e commuovere allo stesso tempo.

Matilda de Angelis è ottima nella sua interpretazione. Riesce a restituire tutto il senso di inadeguatezza che vive chi lavora in condizioni così estreme. «Quello che faccio è mettere garze e disinfettante su ferite aperte e distribuire barrette energetiche», dice Greta con sconforto, «Non è poco» le risponde il suo collega. Infatti, uno dei temi del film sembra proprio riguardare le difficoltà dei lavori a scopo umanitario: quale impatto ha davvero l’aiuto offerto? E fin dove ci si può spingere nel donarci agli altri? Il film più che tentare di dare una risposta vuole essere un omaggio all’empatia. Volontari come Greta scelgono di superare un confine non fisico ma umano, per entrare in contatto con vite lacerate. È qui che la parola confine assume un significato nuovo, quasi originario. Dal latino cum (con, insieme) e finis (limite, punto di arrivo), significa letteralmente limite comune, uno spazio da condividere: non una barriera ma un luogo di unione. Il punto dove due realtà si toccano e scelgono di comunicare.

Dunque, nonostante la sceneggiatura tutto sommato semplice, non stupisce la presa che ha avuto sul pubblico a Venezia. Il regista vuole avvicinarci alle persone e mostrare un’umanità che sappia accogliere invece di respingere. Storie come quella di Nazar e Jalil continuano ad accadere, oggi, alle porte dell'Europa. Anche se quello balcanico non è il confine più vicino a noi italiani, siamo fortunati ad avere un cinema che sente l’urgenza di raccontarlo lo stesso.