Tyler Atkins, al suo secondo lungometraggio, dopo Bosch & Rockit del 2022, torna alla regia con Beast, nelle sale italiane dal 1° ottobre con PLAION Pictures, un altro film sulla lotta di cui, forse, non avevamo bisogno.
Se The Smashing Machine rappresentava un esempio virtuoso perché raccontava la vera storia di Mark Kerr mettendo in scena, oltre alle “botte”, i lividi e le angosce fuori dalla gabbia, in Beast, invece, il sangue è solo sul ring.
Al centro della vicenda troviamo un ex campione di MMA, Patton James (Daniel MacPherson), ritiratosi a vita privata dopo essere stato in carcere per una rissa da bar. Dai fasti di un tempo a un peschereccio, per pochi dollari al mese, incapace di sostentare la propria famiglia, James si vede costretto a tornare sul ring, con l’aiuto del vecchio allenatore (Russell Crowe), per vendicare il fratello, pagare il debito con la malavita e garantire un futuro migliore alla propria famiglia.
Rispettando i canoni del genere, il film mette in fila tutti gli ingredienti classici: una famiglia sul lastrico, un ex campione da far risorgere, un trauma da riscattare e un ex allenatore che incita dall'angolo di una scrivania. Tutto già visto, forse solo in salsa più scenografica che intima.
Il film non manca di spettacolarizzazione, il suono dei colpi ti fracassa le orecchie, qualsiasi successione di pugni e calci risulta coreograficamente d’impatto, anche troppo, spesso a sfidare il realismo di un vero incontro dentro l’ottagono. Purtroppo, la storia si ferma in superficie, regalandoci sequenze intense all’interno del ring, con la macchina da presa che segue asfissiante i lottatori come se fossimo noi l’arbitro dell’incontro, ma senza mai andare a fondo nel lutto, nel dolore o nella costrizione di combattere per uscire dalla povertà.
Anche quando il film può diventare emozionante, come nel dialogo tra Patton e l’ex allenatore Sammy, in cui emerge il reale motivo dell’abbandono della gabbia da parte dell’ex campione, l’accaduto viene solo citato, senza mai affrontarlo con una scrittura capace di scavare in profondità.
Beast è un film di lotta e nulla di più. Quando il copione chiede di menare, mena. Atkins dirige gli incontri con voglia, ritmo e riprese in soggettiva, regalandoci la giusta dose di adrenalina. “Bisogna respirare, respirare per pensare, pensare per vincere”. Ma il mantra del campione non intacca il regista. Quando il film ha bisogno di respirare e pensare si rifugia sempre nella gabbia per mostrare l’unica cosa che riesce a fare discretamente.




