Ida (2013) è senza dubbio il film della consacrazione di Pawlikowski, quello con cui torna nella sua terra d’infanzia e per cui vince l’ambito Oscar per il miglior film in lingua straniera. Segna anche una svolta decisiva nella definizione del suo stile, che ritroveremo nelle opere successive: il formato 4:3 e l’uso del bianco e nero.

Cold War (2018), invece, sancisce la prima apparizione di Pawlikowski al Festival di Cannes in Concorso, dove si aggiudica anche il premio per la miglior regia. Agli Oscar riuscirà addirittura a “scavallare” la categoria del miglior film straniero, strappando due ulteriori candidature per la regia e la fotografia, un risultato straordinario, nonostante poi sia uscito a mani vuote.

Si tratta di una pellicola molto personale per Pawlikowski. I due protagonisti, interpretati da Tomasz Kot e Joanna Kulig, prendono i loro nomi dai genitori del regista, Wiktor e Zula, ai quali il film è anche dedicato. La loro relazione, segnata da continui conflitti, rotture, fughe tra Europa Orientale e Occidentale e successivi riavvicinamenti, ha ispirato profondamente la sceneggiatura del film.

Cold War è apparentemente semplice, ma nasconde una notevole complessità. Ad un primo sguardo si potrebbe dire che sia una sorta di La la land musicale, ma non musical, ambientato durante la Guerra Fredda, con richiami alla trilogia Before di Linklater soprattutto nelle lunghe passeggiate in piano sequenza per le strade di Parigi. È un film in cui la storia d’amore impossibile e la musica sono centrali, così come lo sfondo sociopolitico, che influenza la vita e le scelte dei personaggi.

L’amore distruttivo, ma al tempo stesso inevitabile è il cuore pulsante del film. Proprio come i genitori del regista, Wiktor e Zula continuano a cercarsi, perdersi, ritrovarsi nell’arco di vent’anni, in diversi Paesi d’Europa. Due personalità quasi opposte: lui un pianista, compositore, direttore d’orchestra: controllato, riservato, restio a manifestare le proprie emozioni. Lei proviene da un contesto sociale molto diverso, ha un passato traumatico, ma non per questo si lascia frenare, è vulcanica, ribelle, indipendente, ma è anche scaltra e sa come farsi strada nella vita. Nel 1949, in Polonia, i due si incontrano, quando Wiktor, incaricato di scovare talenti per il gruppo di danza e canto popolare Mazurek, viene conquistato dalla voce (e dall’incantevole fascino) di Zula.

Wiktor però soffre la condizione politica della Polonia del dopoguerra. Quello che inizialmente doveva essere un gruppo musicale volto alla diffusione del patrimonio rurale polacco, si trasforma presto in uno strumento di propaganda del regime comunista, compromettendo la ricerca e la libertà artistica del protagonista. È qui che nasce il primo conflitto tra i due: Zula non raggiunge Wiktor al confine tra Germania Est e Ovest, costringendolo a partire da solo verso la Francia. Lei è ormai una performer affermata nell’est Europa e teme che altrove perderebbe il proprio status e la propria identità.

In Francia Wiktor ritrova la libertà politica, ma perde una parte di sé sia a livello artistico che umano. Da stimato direttore d’orchestra si ritrova a suonare il pianoforte nei club jazz e comporre colonne sonore per film di serie B. Allo stesso tempo fatica ad instaurare rapporti umani significativi: è isolato e sottomesso alle logiche della società occidentale, ma il suo cuore è ancora legato al ricordo di Zula.

La fotografia di Łukasz Żal è un ingranaggio fondamentale nel comunicare queste sensazioni: il bianco e nero sottrae letteralmente il colore alla narrazione, riflettendo la freddezza e la malinconia del contesto storico e della messa in scena. Il formato 4:3, invece, sembra costringere ed opprimere i protagonisti nella loro “prigione emotiva”, isolandoli spesso visivamente dal resto dell’inquadratura. Una fotografia ad alto contrasto che valorizza anche le interpretazioni degli attori, mettendo in risalto tutte le sfumature dei loro volti.

Quando anni dopo Zula andrà a vivere a Parigi con Wiktor, lo troverà profondamente cambiato, non più forte ed autorevole come un tempo. Il loro riavvicinamento va presto incontro a numerose incomprensioni: Zula non sopporta il superficiale ambiente culturale parigino, né accetta la trasformazione di Wiktor. Si rende inoltre conto che a livello artistico la libertà è solo apparente; in Polonia la sua canzone Dwa serduszka diventava propaganda, in Francia diventa merce di consumo, due facce della stessa medaglia. Tra la solitudine della condizione di esiliata e l’oppressione del regime comunista, Zula sceglie comunque la seconda opzione, tornando ad un luogo familiare che le appare come più concreto, ma lasciando nuovamente Wiktor.

Il culmine tragico arriva nello straordinario finale; dopo anni di prigionia in Polonia, Wiktor non può più suonare. Nessuno dei due mondi, l’Est e l’Ovest offre ai protagonisti possibilità di salvezza o realizzazione: da una parte ci sono l’oppressione e la propaganda, dall’altra l’alienazione, l’isolamento e la mercificazione dell’arte.

Una guerra fredda interiore senza via d’uscita: stare insieme è possibile solo nella morte. Dopo il matrimonio simbolico tra le rovine della chiesa in cui tutto è iniziato, compiono il gesto estremo. Zula propone a Wiktor di spostarsi dalla parte opposta, per godere di una vista migliore, ma la macchina da presa resta immobile, inquadrando la panchina vuota e il paesaggio rurale sullo sfondo. Pawlikowski lascia che sia lo spettatore a riempire le assenze, le ellissi temporali, fino all’ultimo taglio a schermo nero: l’uscita di scena di un amore profondissimo e senza tempo, ma irrimediabilmente ostacolato dalla Storia.