Lontano da ogni struttura stabile della Polonia, reduce dalla Seconda Guerra mondiale e in fase di assorbimento da parte del regime sovietico, Ida (2013) vede una delicata Agata Tzrebuchowska, nei panni dell’orfana Anna (ma scoprirà di chiamarsi Ida), che prossima a prendere i voti da suora, si mette alla ricerca delle proprie origini attraverso il ricongiungimento con sua zia Wanda (Agata Kulesza). Ritrovandosi con una consanguinea, Ida scoprirà la sua origine ebraica e cercherà di trovare i suoi genitori, vittime della persecuzione nazista, e il suo posto nel mondo.

Presentato al Toronto International Film Festival nel 2013 e vincitore dell’Oscar come miglior film straniero due anni dopo, Ida consacra la carriera di Pawlikowski verso orizzonti più ampi, mostrando la sua nazione con uno sguardo fortemente critico e disilluso da qualsiasi ideologia o credenza. D’altronde, l’incipit del film si apre nella deposizione di una statua del Cristo venerato su un cratere come se fosse caduto un meteorite, e lo stesso monastero sembra essere isolato dal resto del mondo. Ciò porta inevitabilmente a ripensare ad una sorta di zona di tarkovskijana memoria. Qui, però, non è il monastero ad essere un luogo pericoloso e inaccessibile per l’essere umano, ma la Polonia, a giudicare dall’importanza geografica del film tra città e confini.

Nonostante il regista mostri una popolazione viva e cauta in un presente di rico(restau)struzione, il passato e il futuro rimangono qualcosa di macabramente incerto in merito ad un’ammissione di colpa di chi ha accettato il terrore piuttosto che essere coraggiosi per altri concittadini patrioti. Difatti, all’interno delle testimonianze che Ida e Wanda avranno a che fare nel corso del loro viaggio, non sentiamo mai la loro famiglia essere definita polacca, ma semplicemente ebrea.

D’altronde, si tratta di una persecuzione che ha costretto lo stesso regista durante l’adolescenza a scappare dalla Polonia, a causa della violenta campagna antisemita del regime comunista. Infatti, a partire da Ida, è possibile vedere un fil rouge tra i suoi protagonisti, non sono così dissimili dallo stalker demiurgo dietro la macchina da presa che vaga alla ricerca di una speranza, rimanendo pur sempre un apolide.

Gli stessi protagonisti di Cold War, nonchè Thomas Mann, sono cittadini del mondo, appartenenti a nazioni che non vogliono avere niente a che fare con loro se non sfruttarli per mero tornaconto personale. La ricerca di tutti loro, così come quella del regista, si rivela un salto nella fede verso le proprie illusioni (Ida) oppure un’accettazione del nichilismo da scrittori (o cantanti e compositori) senza talento. Manca solo uno scienziato all’appello e abbiamo il trio al completo.

Per quanto riguarda la messa in scena, invece, l’opera è tutt’altro che affine allo sguardo caotico e vitale del regista russo. Ida è costellato da inquadrature fisse su questi volti incerti e scenografie gelide e desolate, le quali rispecchiano la rinascita di una nazione sempre più affermata verso l’odio e l’indifferenza. Ad aggiungersi a questo compendio imprescindibile, non si può non elogiare il raffinato bianco e nero di Ryszard Lenczewski e Łukasz Żal (assiduo collaboratore di Pawlikowski). Inevitabilmente, questa combinazione di elementi disparati in un mondo in continuo mutamento – ma sempre statico fino alla sequenza finale – non è che una resa verso i propri ideali.

Tentare di scappare da sé stessi è impossibile; non importa quali siano le proprie origini o potenzialità future.

Dopo lutti consumati, la macchina da presa continua a pedinare Ida, avvicinandosi sempre di più, fino ad arrivare al piano sequenza finale sul primo piano della protagonista incerta e spaventata dal proprio futuro, ma comunque rassegnata. Non si fanno sconti. La fede che la teneva legata alla vita fin dall’inizio del film è perduta in una tentazione notturna, così come anche un amore possibile.

Non esistono prospettive sicure, se non quelle che nascono dentro di noi.

Probabilmente, abbiamo a che fare con un cinema egoista, dove il singolo non demorde e supera i confini dettati dai dogmi sociali o statali, però è pur sempre legato da una volontà intramontabile di voler vivere. Si tratta di un’ambizione forse troppo alta per il presente (e il nostro futuro odierno); eppure, stiamo parlando di un cinema che ancora scuote gli animi e le passioni eppure, di fronte a tutto questo, rimaniamo concettuali e saccenti, dimenticandoci di guardarci allo specchio.