Taika Waititi è noto al grande pubblico soprattutto per le sue recenti produzioni più mainstream: Jojo Rabbit, che gli è valso l’Oscar alla miglior sceneggiatura nel 2020 e l’esperienza in Marvel con Thor: Ragnarok e Thor: Love and Thunder. In pochi forse sanno però che nei dieci anni precedenti al terzo capitolo di Thor, ha realizzato quattro piccoli film molto apprezzati dagli spettatori e dalla critica.

Nella sua carriera, Waititi ha spesso raccontato gli “underdog”: personaggi isolati, che non trovano il proprio posto nella società e che cercano di costruire un’idea di famiglia e di normalità alternative a quelle convenzionali. In più di un’occasione ha inoltre adottato il punto di vista di bambini o adolescenti (Boy, Selvaggi in fuga, Jojo Rabbit), affrontando queste tematiche con lo sguardo più puro possibile. Klara e il Sole, tratto dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, sembrava dunque una scelta particolarmente in linea con la filmografia del regista.

Un coming of age a tutti gli effetti, nonostante il percorso di formazione non riguardi un personaggio in carne d’ossa, ma un androide alla scoperta di un mondo che non conosce, del significato dell’amore e dell’appartenenza ad una famiglia.

La nuova fatica del regista neozelandese narra infatti la storia di Klara (Jenna Ortega), un androide vecchio modello, progettato per essere un’amica “artificiale”, che verrà scelta da Josie, un’adolescente “potenziata” solitaria e molto fragile. Il film segue il rapporto che si instaura tra le due e i misteri legati alla malattia della ragazza, che Klara tenterà di curare affidandosi alla fede nel Sole, da lei considerato un vero e proprio Dio.

Taika Waititi e il co-sceneggiatore Dahvi Waller hanno sfoltito sensibilmente il libro di Ishiguro, sia a livello di tematiche, che di ambientazioni, concentrando la storia quasi esclusivamente nella casa di campagna in cui Josie vive con la madre Chrissie (Amy Adams). Ne emerge un’opera adatta maggiormente ad un pubblico di adolescenti che, pur avendo qualcosa da dire, non riesce mai ad andare in profondità nei temi affrontati.

La pellicola strizza l’occhio ai fan di Jenna Ortega, nota per aver interpretato Mercoledì Addams nella serie Netflix prodotta da Tim Burton, ma il personaggio di Klara è agli antipodi rispetto a quest’ultima; è gioiosa, solare, devota e fa di tutto per proteggere la sua Josie. Ed è specialmente attraverso Klara che Waititi inserisce uno degli elementi distintivi del suo cinema: la comicità, in questo caso basata principalmente sull’inesperienza dell’androide rispetto alla realtà che la circonda e su una gag visiva ricorrente particolarmente riuscita, legata alla sua postura da fenicottero su una gamba sola. Il tono spensierato con sfumature comiche è uno degli aspetti più criticati del film, che in questo senso si discosta dal romanzo, caratterizzato da un’atmosfera malinconica e contemplativa. D’altro canto, Waititi ha più volte dimostrato una notevole capacità nel bilanciare dramma e commedia e Klara e il Sole non fa eccezione: l’ironia è delicata, non oltrepassa mai certi limiti, lasciando al dramma lo spazio per affiorare. Al contempo la riflessione sulla perdita e l’elaborazione del lutto risulta decisamente depotenziata, forse anche a causa della generale “leggerezza” che il film vuole trasmettere.

Contribuiscono a questo risultato alcune performance, a partire da quella di un’insolita Amy Adams, la cui Chrissie dovrebbe essere un personaggio complesso, anche dal punto di vista morale, tormentata dalla perdita della prima figlia e dal senso di colpa per aver “potenziato” Josie, causando così la sua malattia. Né la scrittura, né la recitazione distaccata e spaesata di Adams restituiscono però queste sensazioni, così come non convince la co-protagonista Mia Tharia, che non solo viene oscurata dall’innegabile talento di Ortega, ma risulta anche non all’altezza nel restituire un personaggio ricco di sfumature e contraddizioni.

Un altro problema riguarda il world-building, anch’esso notevolmente semplificato: tutte le sequenze ambientate nella città futuristica del romanzo sono state rimosse e vengono lasciati sullo sfondo diversi spunti interessanti che, se approfonditi, avrebbero enormemente arricchito la narrazione. È il caso della scomparsa di internet dalla vita delle persone, così come il potenziamento genetico dei bambini e le conseguenze che comporta sul piano delle disparità sociali. Anche visivamente il film non presenta particolari guizzi che ci si aspetterebbero da un regista ormai veterano come Waititi, limitandosi ad un’estetica colorata, ma piuttosto standard. Azzeccatissima, invece, la colonna sonora di Giacchino, che spesso compensa le emozioni che le immagini non riescono a trasmettere.

Come accennato in precedenza, ciò che funziona è l’arco narrativo di Klara, che nella sua scoperta del mondo, capisce come siano proprio le imperfezioni a rendere uniche le persone e che la mera imitazione di qualcuno non può riprodurne davvero l’unicità. Questo viaggio la porta a comprendere le emozioni umane e, infine, a provarle lei stessa, come l’amore e l’affetto che caratterizzano un’amicizia. Waititi traduce questo legame su schermo con una delle più belle immagini del film: due braccia che si stringono e un bicchiere di caffè, illuminati dalla luce del tramonto.

Un film tra i meno riusciti del regista, che nel ridurre le complessità del romanzo finisce per limitare le sue stesse potenzialità, ma per il quale è comunque difficile non provare simpatia. Un’operazione che vira verso il commerciale e sembra studiata a tavolino per piacere ad un certo tipo di pubblico giovane, ma ha cuore e strappa sorrisi che accompagnano lo spettatore anche durante i titoli di coda.