Digger rientra nella branchia postmoderna di film che esaminano il valore della creatività in un'epoca in cui la realtà è diventata più strana della finzione. Così distaccata dalla verità umana che imbeve il suo protagonista in una satira talmente concettuale da calcolarne il metro di “assurdaggine” mettendolo a paragone con grandezze di città già esistenti. La premessa è tanto perspicace quanto agghiacciante: un magnate del petrolio se ne frega del cambiamento climatico, scatena una catastrofe ecologica e conduce alla distruzione del mondo.

Digger è tanto ibrido e compromesso quanto il suo eroe: un adulatore in cerca di premi che canta in modo ipocrita le lodi della fine del mondo. Un Tom Cruise avvolto nel lattice delle protesi, guance rugose e pancia prominente. Traboccante di stereotipi americani, follia e ingegno, slang regionale ed eufemismi istituzionali. Trasforma la comicità fisica in componente visiva su un complesso alimentato dalla frustrazione maschile. Vede in Alejandro González Iñárritu la capacità di piegare la realtà rendendola più grande della vita, entrambi interessati ad affievolire il confine tra arte e artista, alimentati dalla tensione tra ego e mortalità, virtuosi ossessivi tra acrobazie elaborate, spettacoli esagerati, come se si fossero cercati tra i film per anni.

Digger è senza dubbio una "battuta malata" deprimente e al tempo stesso edificante, sul disprezzo per chi detiene il potere. Funziona come strumento per chi si sente impotente mentre il destino del mondo è nelle mani di un piccolo gruppo di individui spaventosamente fallibili. Fin dai primi istanti è animato da un'inventiva irrequieta, una logica surreale, buffonate folli. Afflitto dalla stessa pomposa autoflagellazione maschile dei precedenti (Birdman; Bardo soprattutto).

Da dietro le quinte della farsa, Digger odia le persone ma ama la performance, volutamente sfuggente e farraginoso, al punto da risultare frustrante. Esempio di virtuosità come funzione di maschera alla vacuità, leggermente reverenziale e decisamente farsesco. Il prisma della satira contiene molteplici sfaccettature; difficile apprezzarle tutte incondizionatamente: sembra troppo consapevole, troppo impeccabile. Ha una testa ampia oltre il cappello, anche se a volte si ha la sensazione che i capelli siano troppo oppressi sopra quella fronte sudaticcia.

Il mondo sta andando in rovina più velocemente di quanto la nostra immaginazione riesca a prevedere, abbandonata totalmente la logica che lo governa. Nella totale aridità l'unica risorsa rimasta è l'autoinganno, soprattutto nella misura in cui la narrazione è diventata la forza dominante nel nostro mondo, sia a livello individuale che globale, non tanto come ode, quanto elegia sul senso della fine, mascherata da auto celebrazione.

In questo senso, Digger è il più grande film sull'autoinganno, sulla nostra ossessione di narrare il passato e allo stesso tempo coprire di terra la capacità di capire quanto sia ancora degenerato il presente.

Cruise è all'altezza di tutto ciò, sobbarcato dal peso dell'anti-narrazione. A differenza di Birdman o Bardo, non finge che il suo protagonista sia reale. In un mondo in cui la realtà è più finzione della finzione, è già abbastanza reale.

Tale certezza, nel secondo atto intende espandersi verso l'orizzonte, nel farlo rivela la discrepanza tra lo sforzo del film e il suo risultato. Scenografia, fotografia (Emmanuel Lubezki), la musica eccentrica, e il resto dell'impeccabile produzione, sono perennemente in bilico nell'evitare di non scivolare verso il piatto e prevedibile. La maestria dell'involucro dà domande sincere, la pomposità di Iñárritu impedisce di fornire risposte concrete. Il problema non risiede nelle idee, al contrario, affonda radici nelle bugie che raccontiamo a noi stessi piuttosto che nelle verità seppellite sotto di esse. Tipo di intrattenimento, questo, esuberante e sfacciatamente istrionico, in cui lo stesso Iñárritu si innalza a tal punto da dover annegare.

Tale nevrosi della comicità, sbilancia, stona, leva il divertente. La goffaggine di battute o gag visive nella satira stravagante protende verso il cartone animato. Anche quando abbandona la comicità per darsi al surrealismo, fonde autocommiserazione e fervore fatalista di un mondo pallido, cinereo e ormai imbalsamato che non ha altra funzione se non quella di prendersi gioco dell'assurdità della propria esistenza. Che odia gli oligarchi e la totale dipendenza per essi, crogiolante nel comfort di vite insignificanti.

Il processo finale, cupo ed esilarante, coglie l'essenza di un futuro-palla di cannone, che ripiega sulla “normalità” di interpretare l'assurdità del presente per poterlo comprendere, e quindi accettare; poiché è solo tramite il tempo che la tragedia si ispessisce ergendosi a commedia; questo film stravolge totalmente questa certezza, scavando talmente a fondo da non trovare altro più da scavare. Comunque consapevole che la nevrosi di massa dell'inganno che la alimenta, proviene dalla stessa buca.