La cronaca nera è da sempre un terreno particolarmente fertile per il cinema italiano, capace di aprire interrogativi sul degrado sociale, sul tessuto cittadino o provinciale in cui si muovono i protagonisti e sulle dinamiche psicologiche che possono condurre ad azioni apparentemente estranee a qualsiasi logica razionale.

La città dei vivi di Lagioia affrontava il caso di cronaca dell’omicidio di Luca Varani, avvenuto nel 2016, proprio attraverso questa dimensione intimista e analitica, ricostruendola attraverso testimonianze, interviste e una corrispondenza con gli stessi responsabili dell’omicidio. Di questo lavoro, nell’adattamento di Gabbriellini, rimane ben poco. Il film appare anemico, privo di una vera spinta narrativa e soprattutto incapace di scegliere su cosa concentrare il proprio sguardo. I temi sono numerosi, ma nessuno viene realmente approfondito: dall’adozione di Luca, a cui è dedicata la scena iniziale prima che l’argomento venga sostanzialmente abbandonato, al suo orientamento sessuale, la cui trattazione rischia di apparire ormai fuori tempo massimo; dalla condizione economica, descritta in modo piuttosto ondivago, a un senso di isolamento che non sembra trovare una reale motivazione all’interno del racconto.

Questa mancanza di una direzione finisce per coinvolgere inevitabilmente anche lo spettatore. Non è chiaro cosa il film voglia raccontare di Luca, né quale lettura intenda proporre della vicenda che lo ha portato al centro della storia. E quella che dovrebbe essere una progressiva ricostruzione si trasforma così in una visione frustrante, soprattutto quando arrivano i titoli di coda.

Un elemento positivo, e che permette almeno di distinguere il film da titoli come La scuola cattolica o dal più recente 40 secondi, è la scelta di suggerire la violenza senza mostrarla direttamente. Una decisione che contribuisce a sottrarre la vicenda alla morbosità e a spostare l’attenzione sulle conseguenze dell’omicidio, sulla desolazione che rimane negli amici e nei familiari della vittima. Rispetto ai due titoli citati, tuttavia, manca un attacco alla società altrettanto preciso e incisivo.

Anche sul piano attoriale il film fatica a trovare un elemento capace di compensarne le debolezze. Né i giovani interpreti, a partire dal protagonista Emanuele Maria Di Stefano, né i più navigati, con un Valerio Mastandrea corretto ma senza particolari guizzi, riescono a dare sufficiente spessore a un racconto che si trascina per 104 minuti senza riuscire a giustificare davvero la propria durata.

Il materiale di partenza avrebbe avuto molto da offrire, ma Gabbriellini sembra non aver trovato la chiave giusta per tradurlo sullo schermo, né un punto di vista abbastanza forte da trasformare una vicenda così complessa in un film altrettanto significativo. Alla fine rimane soprattutto la curiosità di conoscere meglio il caso di cronaca da cui tutto prende avvio. Per farlo, però, bisognerà tornare al romanzo.