Nei minuti successivi alla visione di Demetra in esilio (2026), primo lungometraggio della regista Maria Giovanna Cicciari (prodotto da Raffaella Pontarelli di Amarena Film) e unico progetto italiano presentato dal Biennale College Cinema alla 83a Mostra del Cinema di Venezia, mi sono tornati in mente gli Arcani Maggiori. Per chi fosse (giustamente) digiuno di tarologia, si tratta delle 22 carte, su 78 Tarocchi in totale, aventi la maggior carica esoterica – non a caso, sono detti sia Arcani sia Maggiori. Sta di fatto che, sfogliando velocemente il mio mazzo, un Tarocco in particolare attira la mia attenzione: l’Arcano III o L’imperatrice. Nei Tarocchi Rider-Waite, essa è raffigurata come una giovane donna totalmente immersa nel trionfo della natura: indossa un vestito bianco con un motivo a melagrana e ai suoi piedi s’estende un filare di dorato grano maturo; un’unione simbolica e simbiotica di Demetra e Persefone, di madre e figlia.

La Daria (Roberta Rovelli) di Cicciari, invece, è diversa dalla sua pari greco-romana: una Demetra “calante”, colta nella fragilità di un raccolto a fine stagione; non il trionfo della maternità ma, al contrario, la constatazione della sua chiusura. Anche la figlia Lia (Ioana-Miruna Drajneanu) che se ne prende cura – assumendone de facto il ruolo materno – ci restituisce un’immagine alternativa della sua Persefone, dotata di agency ed esteticamente androgina. Similmente al Tarocco de L’imperatrice, quello tra Daria e Lia pare essere un legame simbiotico, dove l’una si definisce soltanto attraverso l’altra.

Con Demetra in esilio, Cicciari dimostra (e la nolaniana Odissea docet) la potenza immaginifica del punto di vista – ossia del cinema – di creare nuovi significati a partire da materiali narrativi noti (e di sovente abusati): dal testo ottocentesco Gli dèi in esilio di Heinrich Heine (di cui ritroviamo l’influenza nella sceneggiatura) fino, naturalmente, alla mitologia tout court.

La storia, infatti, si presenta come una rilettura in chiave moderna del ratto di Persefone, in cui la volontà di ribaltare semanticamente il mito classico è chiara sin dal titolo stesso della pellicola: è Demetra, la madre, a essere in esilio, non la figlia. Nella canicola dell’estate milanese, Daria vive chiusa in casa, protetta dal suo giardino dell’Eden personale fatto di piante e delle attenzioni di Lia. Quest’ultima sembra vivere in funzione dei suoi ritmi – cucinando, facendo il bucato, aggiustando gli elettrodomestici guasti… – in un loop infinito di giornate che, come pale di ventilatori, si rincorrono senza meta. Una sgradevole sensazione di affanno, di soffocamento, permea il film. La causa non è tanto il caldo estivo – visibile, mai percettibile – ma il sentirsi “costretti” in una geografia domestica dalla quale neanche la macchina da presa riesce a fuggire. Gli unici frammenti del mondo esterno concessi all’occhio dello spettatore sono tutti racchiusi nei video che Lia gira per un progetto artistico, avente per tema proprio il ratto della giovane dea.

Senza voler rivelare il finale del film, tale leitmotiv metacinematografico diventa qui una metafora della difficile, spesso spaventosa, scoperta di sé e di cosa significa costruire (e saper ricostruire) una vita che sia davvero propria: una fatica richiesta sia a Lia, che sta diventando adulta, sia a Daria, che non riesce a vederla partire.

Svuotato della sua originaria venatura coercitiva, il mito rinasce quindi in un nuovo contesto ma, anche, in una nuova forma. Ricordiamo infatti che la cornice di Demetra in esilio rimane il cinema. Le soggettive di Demetra sono girate in pellicola, rigorosamente in bianco e nero. Lia, invece, documenta la sua “discesa negli inferi” con una videocamera digitale, cercando con l’obbiettivo un punto di contatto con sé stessa e con la madre. Noi spettatori, infine, osserviamo questa matrioska su uno schermo cinematografico. Tra tradizione e innovazione, tra voci, parole e immagini, Cicciari conferma il cinema come (nuova) mitologia: una lettura collettiva “delle carte” (ritornando alla suggestione iniziale) che diventa luogo privilegiato d’incontro, di costruzione dei significati e di riflessione nell’io e nell’altro.