Negli ultimi anni quello di Adam Wingard non è stato certo un nome associato al buon cinema: dal sequel di Blair Witch Project - Blair Witch (2016) - al disastroso Death Note (2017), fino ai film di Godzilla e Kong (2021-2024). Difficilmente verrebbe da parlare di un buon regista. Eppure c’è stato un tempo in cui sembrava una delle giovani promesse del cinema di genere: il suo You’re Next (2011) era un ottimo mix tra “home invasion” e slasher. The Guest (2014) era un perfetto meccanismo a orologeria di tensione e divertimento. Onslaught - Assalto Finale, il nuovo film A24 in uscita il 1° ottobre con I Wonder Pictures, segna il suo ritorno a un progetto originale.
Nell’arido e polveroso New Mexico Celeste (Adria Arjona), un’ex cecchina dell’esercito, vive con sua figlia in una piccola comunità isolata ai margini del deserto. Quando una squadra di super soldati geneticamente modificati e privi di ogni freno inibitorio evade da una base governativa segreta e si scatena in prossimità della sua abitazione, Celeste dovrà tornare a combattere per difendersi da questi militari fuori controllo e proteggere sua figlia.
A partire dallo schizzato e disturbante montaggio che apre la pellicola, Onslaught si colloca immediatamente nell’immaginario thriller dalla forte componente paranoica e cospirazionista, direttamente uscito dal cinema politico degli anni ‘70 e ‘80: apparati militari che operano nell’ombra, esperimenti segreti e complotti. A questi si aggiungono le suggestioni western del setting scelto, che la pellicola muta presto anche in uno slasher puro. Se, nei primi film, era plausibile pensare all’influenza di Carpenter, qui diventa inevitabile.
Non è soltanto una Adria Arjona bendata alla Snake Plissken nel terzo atto a farlo pensare, né le sonorità synth di Matthew Pusti che ci trasportano in quelle decadi, ma realizzare di essere di fronte alla sintesi di un’intera carriera del maestro dell’horror. C’è Distretto 13 (1976) con l’idea dell’assedio, del timer su schermo che anticipa quest’ultimo, del gruppo di personaggi confinati nel luogo chiuso e di Celeste come una sorta di sceriffo. E se Rio Bravo (1950) fu a sua volta l’ispirazione per Carpenter, Wingard, riportando tutto al neo-western, torna direttamente alla radice.
Nelle scene notturne, poi, i terrificanti e granitici super soldati immersi nella nebbia ci riconducono immediatamente a The Fog (1980), ma ancor più alla stessa ineluttabilità che trasmetteva il Michael Myers di Halloween (1978): silenzioso, ma impossibile da “buttar giù”. I tre, ormai completamente privi di qualsiasi traccia di umanità, assumono quasi le fattezze dei Terminator (1984); e non è un caso che anche il cinema di Cameron sia, da sempre, indissolubilmente legato all’immaginario della minaccia militare.
La giusta intuizione di Wingard aver capito che, in uno slasher di oggi, più che Jason o Freddy, il vero mostro è il soldato che agisce inesorabile, come un carro armato. Trovarsi faccia a faccia con tre di queste figure, che procedono come macchine da guerra, in questo momento fa più paura di qualsiasi killer mascherato. Impossibile quindi non leggere il film attraverso una chiara lente antimilitarista, soprattutto alla luce delle immagini a cui assistiamo quotidianamente.
Il film riesce a costruire efficacemente la tensione - nonostante i tentativi, a volte insistenti, di amalgamarvi dell'umorismo nero -, preparandoci al gran confronto finale: il meccanismo funziona, sostenuto anche dal timer in sovrimpressione, che alimenta l’attesa, e dalle efferatezze sempre più spietate degli uomini che incombono sulla dimora della protagonista.
Il problema arriva proprio con la resa dei conti, risolta in maniera fin troppo sbrigativa. Adria Arjona dimostra di avere tutto l’appeal e il “physique du rôle” per imporsi come protagonista action convincente, ma il film non riesce mai davvero a farci temere per lei - troppo poco esplorata - né a farci credere che sia realmente in difficoltà.
Interessante è, però, quanto Onslaught possa considerarsi un film gemello di The Guest (2024), ancora oggi il suo miglior lavoro; e, non per caso, Wingard ha rivelato essere ambientato nello stesso universo narrativo. Senza ignorare come, nel suo delineare in modo grottesco dei personaggi secondari, si palesi una chiara voglia di trasformarli in un filo conduttore per un’altra, ipotetica, pellicola. Questo legame li rende, insieme a You’re Next, tre episodi che racchiudono la carriera e le influenze di un regista dimostratosi capace di rileggere il B-movie e l’action horror con dignità: una visione molto personale del genere, anche se a tratti ancora un po’ acerba e troppo derivativa.
Onslaught non è certo un titolo che rimarrà negli annali, ma, sicuramente, conferma che Wingard come regista ha molto più da offrire quando gioca con il genere rispetto a quando è vincolato alle logiche dei franchise.




