Dopo Weapons, l’albo dei nuovi registi provenienti dalla comicità inizia a riempire il proprio roster. Abbiamo avuto a che fare con Jordan Peele, la mente dietro Scappa – Get Out, Us e Nope, e di recente anche con Curry Baker, autore dell’acclamato Obsession. Ora, nuovamente, Zach Cregger torna, a poco più di un anno di distanza, a risplendere sul grande schermo con Resident Evil. Non un’opera originale, ma legata alla saga videoludica di Capcom, nonché a un franchise cinematografico horror che conta già sette film.
Dunque, un reboot. Dunque, un nuovo Resident Evil, diranno alcuni. Non siamo forse saturi di questa deriva? Tranquilli, perché se Zach Cregger è stato chiamato a dirigere questo nuovo tassello della saga, c’è comunque motivo di essere fiduciosi. Questo nuovo Resident Evil è infatti diverso dai suoi predecessori: non il solito action fantascientifico a cui siamo stati abituati.
Cregger ha usato in modo sapiente la macchina da presa per cambiare letteralmente le carte in tavola e dare nuova linfa al franchise. Ha preso una persona qualunque, l’ha fatta incontrare con l’orrore in prima persona, per poi catapultarla, proprio come un novellino, in un mondo fatto di sangue, armi e mostri usciti direttamente dalla mente di un folle. Ma non solo, perché qui si parla anche di essere… padri.
Fin dall’inizio si nota come l’impianto videoludico sia la colonna portante di questa storia e come il cineasta statunitense ci abbia puntato molto: sono numerosi i momenti in cui la soggettiva tipica del videogioco survival prende il posto della macchina da presa, così come le situazioni legate alla scarsità di munizioni e, di conseguenza, la corsa contro il tempo per procurarsele e sopravvivere alle ondate di nemici. La breve durata di novanta minuti non permette di concedersi pause statiche: è tutto spedito e la visione si riempie di numerose scene d’azione, fuse con quell’ironia e quella satira che hanno sempre caratterizzato le pellicole di Cregger.
Tutto ciò rende Resident Evil un’esperienza godibile, un vero e proprio battesimo di sangue per coloro che si avvicinano al franchise per la prima volta. L’esperienza di Brian (Austin Abrams) diventa anche la nostra, quella di spettatori inesperti, in preda al panico di fronte a situazioni completamente nuove. Una società che attorno a lui si sta trasformando e alla quale non sa come reagire, se non cercando di fuggire.
Cregger ha dimostrato che non è necessario adattare un racconto videoludico riprendendone fedelmente personaggi e ambientazioni. A volte basta catturarne le atmosfere. Ma non è esattamente ciò che accade in questo caso: Resident Evil è un videogioco fatto e finito sul grande schermo, dove l’esperienza dello spettatore non si limita a osservare passivamente le vicende che si susseguono rapidamente una dopo l’altra, ma lo rende partecipe insieme al povero Brian di un’avventura survival. Ne assorbe l’enorme fatica di un amatoriale alle prime armi, imparando strada facendo tutte le dinamiche che questo “videogioco-film” gli mette davanti.
Un’operazione che va, quindi, oltre il semplice intrattenimento e che permette a Resident Evil di guadagnarsi un valore aggiunto, oltre al lato tecnico e artistico che Zach Cregger è riuscito a portare nella saga.




