Presentato nella sezione Séances de Minuit alla 79ª edizione del festival di Cannes, Roma Elastica è l'ultima opera del regista francese Bertand Mandico. Un’operazione di metacinema che ritrae il viale del tramonto della diva francese Eddie, interpretata da una svampita Marion Cotillard, in cerca di un nuovo riscatto a Roma nel 1982 con il progetto fantascientifico Roma Elastica.

Così come Camp Miasma di Jane Schoenbrun e Amarga Navidad di Pedro Almodóvar (sempre a Cannes), il rapporto sottile tra il cinema e la finzione, che è contenuta al suo interno come il genio nella lampada magica, sono una delle ricorrenze maggiori di questo 2026. In questi casi, la mimesi che mettono in scena i registi non è un semplice “far finta”, quanto una ricerca a ritroso solo per ritrovare sé stessi. Fin da Fellini con Otto e mezzo (1963), questa è sempre stata l’operazione essenziale del metacinema, ma non sempre il risultato dell’operazione può essere lo stesso.

Ebbene, qui si tratta di una resurrezione o un epitaffio per la carriera di Eddie (e per il cinema stesso)?

Mandico non fornisce risposte certe, ma gioca continuamente con lo spettatore, deridendolo e trattandolo come uno scimpanzé per il prossimo turno di esibizionismo. D’altronde, il suo cinema è pura e semplice esibizione. Per giunta, sensazionalista. Cercare un significato intrinseco o, quanto meno, profondo dietro al mero sperpero gratuito della messa in scena kitsch dell’opera sarebbe solo controproducente. Da Fellini a Cronenberg così come Antonioni e Pasolini del futuro, ci viene ripetuto che il cinema e il nostro presente – viene citato espressamente il 2026 – sono destinati a finire. Le premonizioni di Lilia, interpretata da un’anonima Martina Scrinzi, non mostrano salvezza quanto la stessa inettitudine di immagini davanti alle sfere di metallo.

Inevitabilmente, la ricerca del senso e del sé che affronta Eddie per tutto il film si riduce ad una superficialità senza eguali. In questa prospettiva, il pubblico estremamente cinefilo e divertito di novizie burlesche non può che immergersi nello sperpero citazionista, tranquillamente riconducibile ad un gioco. Tuttavia, finché si tratta di un caso come Valerio Lundini che prendeva in giro i cliché ossessivi delle branchie politiche tramite la sua pezza televisiva, il patto narrativo a cui lo spettatore si offriva era essenziale per evidenziare la satira che vi era celata. Il problema arriva quando l’ossessione per il gioco diventa una dipendenza patologica.

Tuttavia, pur rimanendo ottimisti a fine visione, la domanda che ci siamo posti dalla visione è capire se ci sia davvero la satira nella sua opera.

Già il debutto cinematografico di Mandico Les Garçons Sauvages (2017), libero adattamento del romanzo The Wild Boys (1971) di William Burroughs, poteva portare qualche dubbio in merito ad una presunta ricerca di uno sguardo spietato sul presente; bensì, vigeva una dichiarazione d’intenti sagaci ed effimeri. Alla base di tutto, le regole e i dogmi della società sono i veri parassiti del presente e, citando Vasco Rossi, la vita spericolata di Eddie ne è la riprova di questa tesi adolescenziale. Solo abbandonando ogni ideologia oramai superata e nociva per il futuro, i suoi protagonisti possono essere in grado di trovare la libertà e, di conseguenza, la piena realizzazione personale.

Probabilmente il cinismo ha talmente preso il sopravvento nella vita quotidiana da portare a sbeffeggiare un cinema allo stesso tempo anonimo e stucchevole. Non servono i casi presi singolarmente, ma è innegabile la diffusione di un cinema sempre più esposto e netto sul nostro presente. Certe eccezioni sono solo un eccesso sfarzoso e inutile di un passato che alcuni, da bravi ipocriti, criticano e sbeffeggiano.

A ciascuno il suo.