Da una parte La città dei vivi, il film diretto da Edoardo Gabbriellini presentato a Venezia nella sezione Orizzonti; dall’altra Serpenti, il film diretto da Roberto De Paolis Maino approdato nella sezione Venezia Spotlight. Due progetti targati HBO Max, accomunati dalla cornice veneziana e soprattutto dalla scrittura dei fratelli d’Innocenzo (almeno sulla carta).

Tuttavia, se per La città dei vivi i cineasti romani hanno deciso di non firmare la sceneggiatura per via delle consistenti modifiche apportate senza il loro consenso, nel caso di Serpenti hanno invece mostrato orgoglio e un particolare legame con l’opera. Non si può negare, in effetti, la differenza negli esiti dei due film: un dramma troppo ambizioso che naufraga senza riuscire a trovare la propria identità, il primo; una commedia amara tagliente che arriva forte e chiaro agli spettatori, il secondo.

Nella loro nuova sceneggiatura la promettente coppia di autori, sempre più protagonista del nostro cinema con una scrittura tagliente e penetrante che, quando dirigono, si traduce anche in immagini, si mette alla prova per la prima volta, cavandosela egregiamente, con il linguaggio della commedia, dopo una carriera finora costellata di thriller e drammi. La regia, questa volta, è del co-sceneggiatore Roberto De Paolis, anche lui proveniente da un percorso diverso dalla commedia, ma perfettamente al servizio di una scrittura affilata ed estremamente efficace.

Leonardo Lidi, attore talentuoso, finalmente sempre più riconosciuto e affermato, interpreta Paolo Marra, un uomo che si reca in commissariato per confessare l’omicidio della moglie. Al contrario di quanto ci si aspetterebbe, la reazione dell’agente di polizia è tutt’altro che allarmata: Marra viene invitato con tono scocciato ad accomodarsi in sala d’attesa, come se si trattasse di una semplice pratica amministrativa.

Da questo incipit, già di per sé bizzarro e incisivo nel destare l’interesse dello spettatore, si innesca, fin dalla prima scena, una serie di scene e dialoghi paradossali che, pur attraverso l’arma della risata, si schierano platealmente verso un sistema appesantito da una burocrazia in grado di mettere in secondo piano un omicidio, rimanendo indifferente alla confessione dell’uomo e seguendo pedissequamente la procedura, senza riuscire a cogliere la gravità dell’atto, o peggio ancora, senza volerla cogliere.

Il film dà il meglio di sé in un primo atto ispirato ed estremamente divertente: Alessandro Borghi, nei panni di un sovrintendente di polizia, e Pietro Castellitto nel ruolo dell’Avvocato, si rivelano perfettamente inseriti nel terreno paradossale del film, con scene che, attraverso i più classici dei campi-controcampi regalano memorabili sequenze di botte e risposte, sprigionando risate beffarde.

Perde forza e fluidità quando prova ad entrare nel terreno dell’onirico, incarnato dal misterioso (e catartico) personaggio di Valeria Golino, ma si riprende deliziosamente nell’atto finale, quando il cerchio si chiude e il paradosso di inizio film trova la sua degna realizzazione, lasciando nello spettatore un senso di amarezza e frustrazione che riflette le assurde contraddizioni del Paese in cui viviamo e con le quali dobbiamo convivere ogni giorno.

Le frecciatine alle assurde contraddizioni italiche si trovano, in maniera più o meno velata, in gran parte del nostro cinema, sui temi più disparati, ma vengono qui lanciate in modo del tutto inatteso: entrando da una porta secondaria e sdoganando anche al cinema, con arguto sarcasmo, un malcostume del nostro sistema di cui si parla ancora troppo poco, sulla scia della commedia all’italiana degli anni Sessanta ma con un piglio decisamente contemporaneo.

Un film semplice e lineare nella sua costruzione narrativa, girato in pochi spazi (tanto da diventare a tratti claustrofobico, proprio come il protagonista) e visivamente cupo, desolante, che lavora per sottrazione ma fa del minimalismo il suo punto di forza. Un film tanto efficace nella resa visiva quanto diretto in ciò che vuole raccontare. Un grottesco dall’inequivocabile sapore di realismo, in cui il confine tra l’estremizzazione e la reale rappresentazione è più labile di quanto non appaia.