Questo Halloween tenetevi pronti a incontrare zucche giganti, menti pazze (o pazzesche?), mostri decisamente pelosi e tanta, tanta plastilina. Con Shaun, vita da pecora: Operazione Z.U.C.C.A. (2026), in uscita il prossimo 28 ottobre, l’amato studio britannico di claymation Aardman (casa natale di Wallace e Gromit, 1989-2025, e Galline in fuga, 2000) ritorna al cinema con una nuova pellicola dedicata alla sua ‘lanosa’ Star, protagonista, oltre che dell’omonima serie (2007-in corso), anche di due lungometraggi: Shaun, vita da pecora: Il film (2015) e Shaun, vita da pecora: Farmageddon – Il film (2019).

La storia segue il protagonista Shaun (Justin Fletcher) e gli animali della Fattoria Mossy Bottom mentre si preparano a festeggiare il giorno più spaventoso dell’anno coltivando, in gran segreto, un campo di zucche. Quando, tuttavia, l’arrivo di un mostro misterioso sconvolge la cittadina di Zuccopoli e minaccia di rovinare i loro piani, Shaun, il cane Bitzer (John Sparkes) e il gregge dovranno ingegnarsi per salvare il contadino scomparso (di nuovo John Sparkes), l’intera fattoria e, non da ultimo, il loro Halloween.

Se il precedente Farmageddon tentava, con esiti alterni, di rileggere il genere fantascientifico costruendo un racconto a metà strada tra E.T. l’extra-terrestre (1982) e Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) – e come non guardare all’autore (Steven Spielberg) che ha fatto della meraviglia infantile uno dei suoi leitmotiv –, qui, invece, Aardman Animations sceglie di giocare con l’orrorifico; più precisamente, inserendosi in un suo sottogenere – l’horror per famiglie – di cui l’animazione stessa è stata, fin dalla disneyana Danza degli scheletri (1927), precorritrice: dai burtoniani Nightmare Before Christmas (1993) e La sposa cadavere (2005), dal Coraline e la porta magica (2009) figlio della “altra madre” della stop motion – i LAIKA Studios – agli universi narrativi più commerciali come gli Hotel Transylvania (2012-in corso).

Shaun, vita da pecora: Operazione Z.U.C.C.A. maneggia tale immaginario trasformandolo in un gioco simil postmoderno, un guessing game cinefilo per adulti che, tuttavia, non invalida il divertimento di quei bambini a cui il film si rivolge; bambini che, com’è ovvio, non hanno (ancora) visto questi cult del genere. Così, l’ombra del contadino sulle scale guarda al Nosferatu (1922) di Murnau e i violini stridenti dell’Herrmann di Psycho (1960) il suono di una pecora che si passa il filo interdentale.

Ma è nell’intelligenza delle sue trovate comiche (o gag) che sta la vera forza della pellicola, dove la scelta (oggi controcorrente) di un’animazione dall’anima slow e senza dialoghi, limitando il comunicabile, ne aumenta l’efficacia puntando tutto su situazioni inattese e un ritmo narrativo “da commedia degli equivoci”.

Dal punto di vista stilistico, invece, Shaun, vita da pecora: Operazione Z.U.C.C.A. bilancia bene la “tradizione” dei suoi elementi costitutivi – l’attenzione quasi artigianale al dettaglio e l’immancabile tecnica del Passo uno – con l’ovvia necessità di modernizzarsi (d’altronde, anche Shaun usa il cellulare) per meglio adattarsi ai mutevoli gusti dei bambini “moderni”. La costruzione minuziosa, visivamente materica, sia dei set sia dei personaggi si unisce alla volontà di osare con light design coloratissimi, nuove strumentazioni digitali e una breve sequenza in animazione 2D.

Certamente, il film presenta anche dei difetti. Nonostante ci sia il ritorno a una maggiore coerenza con lo Shaun “originale” – a fronte di un Farmageddon in cui il design dell’aliena Lu-La rimaneva, appunto, alieno alle premesse visive del “brand” – la storia stenta a raggiungere la ricchezza e profondità emotiva caratteristica del primo lungometraggio, rimanendo ancorata a una scansione degli eventi ormai standardizzata (l’intraprendenza di Shaun mette nei guai il povero – e ignaro – contadino, ma, aiutata dalla medesima intraprendenza e dai suoi amici, la pecorella riesce, alla fine, a risolvere tutto per il meglio); standardizzazione che, nondimeno, può essere giustificata sia dal target sia dalla natura stessa della pellicola.

Un altro limite di Shaun, vita da pecora: Operazione Z.U.C.C.A., evidente nella sola edizione italiana del film, è costituito dai brani delle canzoni: essi nascono, infatti, come ulteriore commento sonoro alle vicende della storia ma, non essendo stati né adattati né sottotitolati, sono fruibili dai soli bambini anglofoni.

Malgrado questi (pochi) “ma”, Shaun, vita da pecora: Operazione Z.U.C.C.A. riconferma lo Studio Aardman come un soggetto che, nonostante le numerose minacce con cui deve – oggi – fare i conti, è ancora capace di portare sugli schermi un’animazione intelligente, di qualità e dal core profondamente umano (o meglio, ovino).