Se in Tre piani la scelta di cimentarsi per la prima volta con una sceneggiatura non originale lasciava l’amaro in bocca per la freddezza, la debolezza narrativa e il netto distacco dalla sua poetica, Succederà questa notte sorprende perché questa volta Moretti contamina l’opera di Eskhol Nevo con verve e schizzi della sua personalità e soprattutto reinventandosi nel melodramma.
Nanni rimette le mani in un materiale che in partenza non è suo, concedendosi una seconda occasione che riesce brillantemente a cogliere nel segno, in un film che lo vede ancora ispirato e disposto a sperimentare nuovi codici narrativi. Una seconda occasione che Nanni concede anche ai suoi personaggi, ai quali come in una favola, viene permesso di sognare, di seguire l’istinto, la passione e ciò che ti fa sentire vivo, soprattutto se è l’ultima volta in cui puoi esserlo.
Un film dal sapore internazionale e multietnico, tra Norvegia, India, Spagna e, ovviamente Italia, tra i più universali e inclusivi di un Moretti, riconoscibile soprattutto nei dialoghi pungenti e nell'umorismo - di paradossi, non detti, deformazioni della realtà (soprattutto in una scena che sembra uscire da un film di Woody Allen) e interazioni grottesche (Il sol dell'avvenire a parte era tempo che non si rideva così di gusto nei suoi film) - ma che sceglie di dare spazio a una storia d’amore, di attese, sofferenze e trasgressioni, come quella di tanti, in cui canonici, noiosi ed effimeri rapporti coniugali si scontrano con il bisogno di rifiutare la linearità e i ripieghi, di seguire il proprio cuore, accettandone i rischi, per trovare la persona giusta (o meglio “perfetta”) con cui abbandonarsi, condividere la propria esistenza e smorzare i problemi della vita, come se esistesse un destino scritto per ognuno di noi, da scoprire e decodificare.
Un ruspante Louis Garrel, modellato e trasformato in un imprevedibile alter ego morettiano (nei gesti, nei movimenti e nel modo di parlare) e una seducente Jasmine Trinca, che nella fisionomia ci riporta a Laura Morante in Bianca, si prendono la scena (senza tralasciare le brevi ma incisive apparizioni di Angela Finocchiaro e Hyppolite Girardot) e formano una grande coppia, grazie anche ad un'attenta regia che risalta le loro interpretazioni, comunicando le loro emozioni, soprattutto nei gesti, negli sguardi e nei silenzi.
Un po’ commedia; un po’ dramma (melodramma appunto), scandito dalle note inquiete e avvolgenti di Alberto Iglesias che avvicinano un po’ di più Moretti ad Almodóvar, persino nell’erotismo; e infine musical, nel segno dei Rolling Stones con la liberatoria She’s a Rainbow (ma anche di Bruce Springsteen e Patti Smith) che in una delle migliori scene del film evidenzia la funzione salvifica e catartica della musica nel percorso dei personaggi, che siano adulti di mezza età desiderosi di lasciarsi alle spalle la mediocrità in cui sono precipitati, che sia un uomo alla ricerca di incendiarie emozioni all’ultimo giro di giostra o che sia un’adolescente disorientata e senza un posto preciso nel mondo.
Un film che fa della struttura ibrida un punto di forza e che sceglie di seguire una direzione precisa, evolvendosi gradualmente e passando con naturalezza da un genere all'altro fino a rivelare la sua impronta sentimentale (e non sentimentalista), emozionando e, al contempo, non prendendosi mai troppo sul serio.
Nello scetticismo generale che si respirava al Lido prima della visione, il ritorno di Moretti a Venezia convince e aggiunge un tassello inedito alla sua importante filmografia, che quest’anno taglia il traguardo del mezzo secolo.




