The Social Reckoning, distribuito da Sony Pictures Italia con il titolo The Social – Il prezzo della verità dall’8 ottobre, vede il ritorno cinematografico di Aaron Sorkin con un sequel ideale della sua sceneggiatura del 2010 The Social Network, questa volta anche nelle vesti di regista al posto di David Fincher.

Un sequel che racconta l’inizio dell’inchiesta del Wall Street Journal ad opera del giornalista Jeff Horwitz, interpretato da un sempre più affermato Jeremy White Allen, intento a investigare sui dati di analisi non resi pubblici del colosso social Facebook e sulle direttive altrettanto discrete di Mark Zuckerberg, interpretato da un lobotomizzato Jeremy Strong. Per scavare sempre più a fondo, Jeff dovrà affidarsi all’aiuto di una talpa interna, l’ingegnere informatico Frances Haugen, interpretata da un’anonima Mickey Madison, preoccupata delle prese di posizione sempre più autoritarie del CEO per incrementare le interazioni sulla piattaforma.

Dopo essere approdato sulle piattaforme streaming nei due precedenti film, da Netflix con Il processo ai Chicago 7 (2020) a Prime Video con A proposito dei Ricardo (2021), il regista statunitense torna nelle sale cinematografiche ma, probabilmente, la sua lontananza dal grande schermo ha determinato anche la resa visiva della sua ultima opera.

Definire The Social Reckoning un film anonimo, se non pubblicitario e ricattatorio (ma ci arriviamo con calma), sarebbe un complimento. Considerando tutta la paranoia e il crescente monopolio di Meta, il film non fa minimamente trasparire la tensione e il pericolo incombente di un’autonomia deresponsabilizzata, quale è quella di Zuckerberg; al contrario, imbocca lo spettatore, tra volti mal sfruttati e poco incisivi, nell’analisi di ricerca del film. Lo stesso leviatano miliardario non incute mai timore o pericolo quanto piuttosto mero sensazionalismo di un automa trattenuto e lontano dall’incel lucido e schizofrenico che inquieta ancora il pubblico odierno.

Perfino la regia di Sorkin sembra essere automatica nell’inseguire la cresta dell’onda di altre inchieste cinematografiche simili (Oppenheimer con Strauss in bianco e nero), ma l’esito è semplicemente patetico e privo di qualsiasi gravitas rispetto alle azioni riportate. Il terrore è urlato, ma mai percepito, in immagini standardizzate e riciclate da miniserie, a malapena degne di un posto nel catalogo di una piattaforma, eppure spacciate per opera d’autore.

Tuttavia, se c’è un rammarico ben maggiore delle criticità evidenziate - a fronte delle potenzialità latenti di quest’operazione di rivisitazione e prosecuzione di una delle analisi più lucide del nostro secolo, dove più di una generazione è stata scandagliata clinicamente da Sorkin e (a questo sto punto direi maggiormente da) Fincher - è l’assenza totale del coraggio nel fornire uno sguardo lucido sul presente.

In realtà, ciò a cui lo spettatore assiste è una mera brochure di retorica e moralismo politico di stampo democratico, di cui potevamo fare tranquillamente a meno nel 2026. Nonostante voglia essere disperatamente una critica per niente velata al presidente repubblicano in carica e ai suoi crimini contro la sua stessa nazione, il film abbraccia esclusivamente uno sguardo parziale e autoindulgente nei confronti di un’amministrazione inerme che si proclama come baluardo della democrazia, ma nei fatti se ne esce ridicolmente esaltata su un faro spento.

Se il film del 2010 abbracciava il cinismo millennial per poi sfociare nel nichilismo del finale, qui si preferisce illudere il pubblico con una morale, un buon sorriso e un dietrofront privo di qualsiasi mordente, se non far ridere la generazione boomer e X con situazioni d’ilarità infantile ripetute all’inverosimile. Tanto valeva aprire Instagram Kids.

Evitando di fare ulteriori e sbilanciati confronti con il titolo precedente di questo Meta Cinematic Universe, The Social Reckoning resta solo un’isola senza frontiere e senza un futuro solido oltre alle sale cinematografiche.

Il film va, comunque, ad incastrarsi in un panorama annuale assai più ampio e può forse trovare un bilanciamento riuscito nel ritorno in sala dell’altro fondatore di Facebook del 2010, Andrew Garfield. Dove Facebook porta nel concreto all’odio estremista, il cinema può essere il vero faro di cui tenere conto per un domani. Un odio tutt’altro che artificiale, anzi, citando due grandi artisti, human after all.