Lukas Dhont ha un volto angelico, stile, portamento, presenza scenica. Per gran parte della sua infanzia, desidera diventare un ballerino. A 13 anni, esegue una coreografia per i suoi compagni di classe. Un momento di grande femminilità e imbarazzo: l'istante di rottura, la passione confinata nella camera da letto, arginata tra quattro mura. È dunque la vergogna il primo sentimento a condurlo al cinema, unica evasione possibile. Brokeback Mountain il primo impatto rivelatore, da adolescente, stregato dall'idea di guardare due cowboy innamorarsi. Da lì, ha iniziato a capire come voleva usare il cinema: mezzo per connettermi al desiderio, all'identità. Nel 2018 vince la Caméra d'Or e la Queer Palm al Festival di Cannes con Girl, il suo film d'esordio.

Girl narra le vicende di una ragazza nata in un corpo maschile. Articola il cliché del romanzo di formazione in modi ammirevoli, a volte discutibili, circondando la protagonista ballerina con una serie di personaggi straordinariamente solidali per potersi concentrare meglio sul suo conflitto interiore. Si sviluppa con sottigliezza, utilizza il balletto come analogia della lotta per il controllo del corpo mettendo in relazione l'euforia e la frustrazione della danza in fase adolescenziale, e la cruda difficoltà con i problemi che affliggono la quindicenne Lara in quanto transgender. Come spesso accade in questi film di danza, molto viene comunicato attraverso gesti e altre forme di espressività non verbale; Dhont ha un fare voyeuristico, ricorre a momenti di body horror, isola le esperienze della protagonista trattandole come rumore di fondo rispetto all'ossessione per l'aspetto fisico. In questo senso, Girl, può apparire miope o addirittura pericoloso, ma sempre tramite empatia, linguaggio della tolleranza, Dhont mostra l'affermazione di sé e l'estremo sforzo necessario a mantenere, e ancor più a raggiungere, un certo status. Naturalmente ci sono delle imperfezioni. La conclusione ha l'odore del sensazionalismo, ma, allo stesso tempo, rifiuta di fornire risposte moralistiche, lasciando allo spettatore la libertà di trarre le proprie conclusioni.

Per Girl, riconoscimenti internazionali e il prodigio belga lanciato verso la celebrità. Ostentando (giustamente) la propria sconfinata sensibilità, cercando l'equilibrio tra atmosfera e bellezza fisica e ripiegando sul dolore universale temendo che sentimenti più personali possano risultare troppo eterei e struggenti. Sta ancora imparando a conciliare i suoi istinti contrastanti tra realismo e melodramma, determinato a lasciare il segno e, al contempo, ancora un po' imbarazzato dalla propria determinazione.

Intimidito dall'improvviso successo, criticato da alcuni membri della comunità trans per la rappresentazione esplicita di un'adolescente trans e costretto ad affrontare il temuto blocco dello scrittore quattro anni dopo il primo film, decide di raccontare un frammento personale, rivedendo se stesso nella storia. Close inizia con due giovani che corrono in un campo fiorito nella campagna belga, sorridenti e raggianti, una gioia incontenibile. File di fiori dipingono un'estatica sfumatura di rossi, rosa e gialli. Delineato da pennellate più ampie man mano che procede, trasmette una sensazione di preziosità, come se la storia si raccontasse da sola. Sul prezzo che i ragazzi pagano quando assumono i panni di una mascolinità socialmente accettata nello scontro tra l'innocenza dell'infanzia e l'angoscia adolescenziale. Dhont, grazie alla fiducia che ripone nei suoi giovani attori e in personaggi emotivamente ricchi, crea immagini sontuose, interpretazioni straordinariamente naturali e coinvolgenti degli esordienti Eden Dambrine e Gustav De Waele, che conferiscono autenticità. Ciò che rende Close scintillante è il trovare bellezza persino nella lenta discesa nella depressione. Rappresenta un miglioramento rispetto a Girl, perché evita i cliché sentimentali e si concentra sul profondo realismo, senza alcuna forzatura. Inquietante perché vede gli adolescenti di oggi come probabilmente più consapevoli del linguaggio delle relazioni alla relativa ingenuità di un tempo; in questo Dhont è precisissimo: la sua ottica è direzionata principalmente sugli occhi dei suoi attori, capiamo tutto nei gesti, nelle pause, nelle conversazioni.

Mantenendo uno sguardo ampio, adotta un approccio più sobrio. Si distacca dalla ricerca sessuale e identitaria di Girl per concentrarsi sulle conseguenze del senso di colpa. I temi come il desiderio di sfida e la violenza inflitta a chi non si conforma, ricorrono. Close è un film queer. Non perché tratti di sessualità , ma perché parla di alterità. È una storia sui modi crudeli in cui ci allontaniamo gli uni dagli altri e si interroga sulle radici di tale crudeltà. Ripercorre il rifiuto di un contatto un tempo facile, il modo in cui l'isolamento, così rapidamente e spietatamente, può corroderci fino alle ossa.

Nomination al César e all'Oscar come miglior film straniero per Dhont, scacciati i dubbi di scrittura, sempre molto sensibile al giudizio altrui, o all'idea di piacere al pubblico. Quel tipo di tenerezza che si spezza sotto il peso degli sguardi altri.

In Coward, presentato in concorso all'ultimo festival di Cannes, vincitore della Palma alla coppia di attori protagonisti e ora in anteprima nazionale al MiX40 Festival, vuole parlare di fragilità e brutalità in un universo maschile. Non solo, pone la bellezza al centro. Forma di resistenza contro la bruttezza del mondo. Giovani uomini che si aggrappano al senso della propria identità in circostanze traumatiche. Realizzato con una sensibilità ancora più adulta. Basato su una ricerca piuttosto scrupolosa, mai prevedibile in ciò che dice e in come lo fa. Non un film sull'omofobia nell'esercito, nemmeno un film di guerra convenzionale, un racconto ambientato in tempo di guerra che affonda le sue radici nell'umano. Qui Dhont si adatta al cinema d'epoca mantenendo l'idea di squarciare quella corazza emotiva in cui i suoi personaggi si nascondono. Protagonisti tra cui si percepisce una forte elettricità, alimentata dall'inebriante chimica di Macchia e Campagne che invitano ad un valzer mentre la macchina da presa è attratta tanto quanto loro lo sono reciprocamente. Fin dal primo istante in cui i due si incontrano, si crea un'atmosfera davvero elettrizzante di sguardi. Impossibile da ignorare, tanta la vulnerabilità e l'autenticità. Dhont prende pregi dei precedenti e li raddoppia, proseguendo tutte le indagini tematiche menzionate. Più sovversivo, immaginando il fronte come luogo di libertà e romanticismo. Ad ogni nuova storia, nuove nicchie da esplorare per genere e sessualità negli spazi queer, la giovinezza fragile ma impetuosa, la leggiadria o la grazia di un abbraccio.

Nella sua breve filmografia, Lukas Dhont ha dimostrato di essere un regista attento a ciò che rende ciò che siamo. Un talento raro, improntato a umanesimo e tolleranza. Affascinato dalla poesia quotidiana. Per Lukas, tutto è attraversato da cornici meravigliose che svelano la vita nascosta sotto la superficie ordinaria. Appassionato di oggetti che occupano uno spazio in un altro momento nel tempo, vestiti e fiori per lo più, con cui trova costanti parallelismi. I film di Lukas offrono uno spazio per un'intimità semplice: riti di passaggio e dolori della crescita espressi non solo a parole.

Evidentemente interessato al trauma queer, il quale peso di giudizio dipenderà dalla nostra disponibilità rispetto alle riflessioni profonde che riesce a trasmettere quando mira a suscitare emozioni in noi spettatori, senza mai dare l'impressione di voler suscitare una risposta emotiva forzata che gli attori non abbiano già reso facilmente accessibile.

Dhont è più interessato alla tenerezza che alla brutalità, pur volendo affrontarla. La seconda che limita la prima, investe nell'armatura dove molti sentimenti muoiono. Coward, ad esempio, è la prova della crescita di Dhont non solo come cineasta, ma anche come narratore maturo nella sua forma più tenera. Un'opera straordinaria e uno dei migliori film dell'anno.