Il 10 settembre nelle sale italiane usciva Serpenti, un film che attraverso l’arma della commedia derideva il sistema italiano; dal 15 ottobre al cinema arriva Zustìssia, un film che il sistema lo demolisce.

Francesco Piras, per la prima volta dietro la macchina da presa per un lungometraggio, mette in scena la sceneggiatura di Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili, tratta dal libro Io sono innocente, e si fa portavoce della storia di Beniamino Zoncheddu, vittima del più lungo errore giudiziario della storia della repubblica italiana, assolto nel 2024, dopo 33 anni di detenzione ingiustificata, grazie al fondamentale contributo dell’avvocato Mauro Trogu, che nel caso Zoncheddu ha visto una questione di umanità, etica e moralità, prima ancora che professionale.

Degli adattamenti di casi di cronaca il cinema italiano è specialista (pensiamo anche al recente La città dei vivi o al prossimo all’uscita Se domani non torno). Ogni anno ne escono numerosi ma di opere capaci a distinguersi per le loro qualità se ne contano ben poche. Sebbene all’inizio possa sembrare uno dei tanti film tratti da storie vere, che seguono didascalicamente la storia vera senza trarne un valore aggiunto, ci si accorge molto presto che Zustìssia ha una marcia in più. Un film trasposto sullo schermo con cura e meticolosità, ma soprattutto con tanto cuore e l’urgenza di rendere giustizia a Beniamino. Una giustizia che non arriverà né con la restituzione degli anni rubati, né con il risarcimento economico (a oggi non ancora ottenuto), ma che può trovare almeno una parziale realizzazione nella diffusione della sua inaccettabile storia. Un complotto premeditato che ha rovinato un innocente con una vita intera davanti a sé, con l’ingerenza di “uomini” di Stato in malafede e la collaborazione di una giustizia che lo ha condannato in tempo record in tutti i gradi di giudizio, senza gli approfondimenti necessari e trascurando dettagli significativi.

Una vita destinata a finire tra le mura di un carcere, una giustizia che ha sempre voltato le spalle alla verità e legali che hanno pensato più a svuotare le tasche dei familiari di Zoncheddu che a riaprire il caso (come se fare il proprio lavoro-dovere fosse un’eccezione anziché la regola). Un calvario che intravede però la luce nel 2016, quando il destino di Beniamino, che non ha mai perso la speranza, si incrocia con quello dell’avvocato Trogu, mai scomposto dalla folle burocrazia e dall’inadeguatezza della giustizia italiana e capace di riaprire un caso compromesso per dimostrare l’innocenza di Zoncheddu.

Zustìssia è un pugno allo stomaco, talmente grave la verità che mette in scena da rendere la visione sempre più faticosa. Una testimonianza inquietante e dolorosa delle anomalie di questo Paese, non tanto di per sé per l’infiltrazione criminale nell’errore che ha coinvolto Zoncheddu (d’altronde conosciamo la storia italiana), ma per l’indifferenza e la complicità degli uomini di giustizia (rimane impressa la frase «Io sono un uomo delle istituzioni», pronunciata durante un’udienza dall’ispettore che ha incastrato Zoncheddu) e di tutti coloro che avrebbero dovuto garantire la protezione e la tutela della vittima, contribuendo invece a complicarne l’assoluzione prima e la liberazione poi.

Francesco Piras è abile nello sfruttare e tradurre in immagini tutte le potenzialità di una scrittura che si distingue per l’autenticità, per l’intensità e per la potenza dei dialoghi (e dei personaggi), privi di retorica e di sensazionalismi, toccando uno dei punti più alti nella scena delle arringhe, e conduce gradualmente tra i cavilli più intricati della vicenda, con un ritmo scorrevole e un’angoscia che cresce fino a diventare soffocante. Scava in profondità nei personaggi (anche quelli minori), messi in risalto dalle avvolgenti interpretazioni – in primis di un Michele Riondino (Trogu) sempre più protagonista del nostro cinema e del mai deludente Fabrizio Ferracane (Zoncheddu) - e ne coglie ogni sfumatura morale, ogni gesto, ogni espressione, permettendo allo spettatore di entrare in sintonia, di empatizzare e di diventare parte integrante della vicenda. Da non dare per scontato soltanto per la drammaticità della vera storia.

Una storia che alimenta la frustrazione e la sfiducia per le autorità, ma che si rivela assolutamente preziosa e necessaria per una maggiore consapevolezza di quello che ci accade intorno. Un film su di noi. Un film che racconta chi siamo. Un film che racconta la verità sul nostro Paese e ci mette di fronte a ciò che accade nelle aule dei tribunali e nei palazzi del potere. L’ennesima sciagurata testimonianza che mette l’Italia in ginocchio e smentisce una volta per tutte la retorica dell’infallibilità delle istituzioni.

Merita attenzione e visibilità, ma purtroppo rischia di passare sottotraccia. Il passaparola sarà fondamentale.