Poteva essere un horror con delle buone basi, aveva il potenziale per prendersi la genuina curiosità del pubblico, ma Casey Affleck ha deciso di puntare tutto sull’atmosfera, col risultato di rendersi inutilmente noioso, sia per l’andamento che ha voluto implementare e sia per le storie inserite una dentro l’altra a mo’ di matrioska.
Una scelta che non ha certo giovato allo scorrere delle vicende, perché più si andava avanti e più ci si chiedeva quale fosse il punto del film. Al suo interno si parla di lutto, amore, solitudine, relazioni e rimpianti durante la propria vita, ma è tutto così disunito e disperso nella pellicola che non si comprende appieno quale fosse il nucleo centrale, la scintilla.
La sua struttura stratificata in tre storie differenti potrebbe anche funzionare, ma il focus si impianta in un terzo racconto che sembra non suscitare interesse. Un cortometraggio potrebbe essere più adatto oppure una serie di racconti antologici tramite un fil rouge avrebbe giovato, ma Affleck si è preso la responsabilità di mettere al centro le storie.
L’opera è un gioco di narrazioni che si ramificano in altre storie più brevi per far riflettere sul ruolo che l’essere umano possa assumere con la “compagnia”. Un trattato sulla narrazione e la sua manipolazione che non rende il giocattolo più interessante, nemmeno con un colpo di scena telefonato (se non fosse per la figura richiamata per l’occasione).
Si assiste, dunque, ad una inesorabile deriva verso il vuoto lasciato dalla sceneggiatura, forse la parte più debole dell’opera insieme alla direzione di Affleck. D’altro canto non basta una ricostruzione storica ben assestata né una fotografia che mette in campo tanto luce naturale per darsi un tono di autore cinematografico. Rimane, dunque, un contenuto apprezzabile dall’esterno, purtroppo vuoto quando si vuole penetrare nelle sue varie angolazioni.




