Diciamolo: Cars ha ed è un titolo fuorviante. Infonde più domande che risposte. Film d'avventura sulle automobili che vorrebbe andare ben oltre i semplici veicoli. Diretto da John Lasseter, è una dichiarazione d'amore all'America classica vista attraverso gli occhi di un cast di automobili. Piccole città dove tutti si conoscevano, stringevano amicizia, grandi canyon, trafficate autostrade, paesaggi in continua evoluzione. Conserva il ricordo d'altri tempi. Funziona perché nostalgico.
I film della Pixar sono da sempre sinonimo di immaginazione oltre l'infinito, non solo per l'animazione in sé, ma per sincerità di storie e temi trattati. Noti per la toccante sincerità, splendente, talvolta brutale, puntualmente commovente, sono capaci di parlare ai bambini con la stessa schiettezza con cui parlano agli adulti in un lasso di tempo relativamente breve, condensando intrattenimento e saggezza.
Vent'anni fa lo studio di animazione di maggior successo del mondo occidentale, non poteva sbagliare. Nonostante il destino fosse segnato fin dall'uscita, Cars non conciliava la stessa volontà o la portata dei suoi predecessori. Se da una parte, l'unica location non garantiva un'ottima partenza in gara, il fatto di non essere appassionati di auto garantiva un cocente ultimo posto. Certo, l'animazione eccelle, ma ci sono poche occasioni per apprezzare appieno tutto il lavoro che è stato impiegato per creare questo mondo. La Pixar, dopo aver antropomorfizzato così tante cose, non poteva creare qualcosa di sconvolgente su così tanti livelli. La successiva caduta libera avrebbe messo in discussione la qualsiasi devozione nei confronti dello studio tra le polveri di quella realtà alternativa dove tutto sembra lo stesso, dove gli esseri umani non sono mai esistiti, ma le macchine assolutamente sì.
Auto che mangiano, lavorano, costruiscono intere città senza l'utilizzo dei pollici. Auto adulte, consapevoli di esserlo e auto guidanti. Rottami dentro un sistema societario, economico, politico, classista. Non è così, o è solo un'illusione? Nessun bambino potrebbe mai sostenere tutto questo. Come se questa sospensione di incredulità potesse essere un difetto, di certo non è il peggiore del film.
Per un'animazione di livello, un singolo film richiede anni di lavoro, soprattutto negli anni 2000, quando i processi non erano così sofisticati e ottimizzati come lo sono oggi. I tre film successivi: Ratatouille, WALL-E e Up, erano tutti in fase di pre-produzione prima che Cars arrivasse nel 2006. Il precedente Toy Story mostrava un mondo quotidiano attraverso una nuova prospettiva, chiedendo ai bambini come sarebbe se i loro giocattoli avessero vite completamente separate al di fuori del gioco; Alla ricerca di Nemo offriva una visione intima dell'immensa bellezza dell'oceano; A Bug's Life un primo piano dell'universo impercettibile in cui vivono gli organismi microscopici; Cars si accontenta di rispecchiare semplicemente ciò che l'occhio umano può già vedere. I tipi di luoghi che già noi umani possiamo raggiungere. L'unica fantasia che alimenta è la sostituzione con le automobili in un ambiente che assomiglia esattamente quello umano.
Cars 2 e Cars 3, usciti rispettivamente nel 2011 e nel 2017, non sviluppano i personaggi in modo particolarmente interessante, con l'umiltà guadagnata da Saetta McQueen mandata a quel paese. Il primo, sorta di Spy Movie semplicemente brutto, l'altro è il meno peggio dei tre, il che non è un gran complimento. Cars 2 fu accolto peggio di qualsiasi altro film Pixar fino ad allora, eppure, un terzo film fu comunque ordinato, seguito da Cars Toons, la serie di cortometraggi animati andata in onda dal 2008 al 2014, e dalla miniserie Disney+ Cars on the Road.
E sebbene Toy Story sia stato il primo film della Pixar ad avere un sequel, c'è un'enorme differenza di qualità tra i due, film e franchise, considerando che le radici del primo affondano nell'immaginazione, e moltissime storie aggiuntive da concepire. Con le auto non si può dire di fare lo stesso. Una volta che ne hai vista una guidare, le hai viste guidare tutte, anche se probabilmente Elon Musk ed ogni possessore Tesla dalla portiera inapribile, non sarebbero d'accordo.
Cars rappresenta il primo passo sfacciato della Pixar verso la trasformazione in un colosso capitalista, uno studio di animazione che avrebbe continuato a dare priorità al guadagno rispetto alla sostanza dei contenuti. Poco importava che venisse mal apprezzato o che il suo “world building” fosse così insensato da scricchiolare sotto gli occhi degli spettatori per i futuri 20 anni. Ciò che contava era il merchandising: giocattoli, parchi a tema, e franchise, fino all'ottenimento di miliardi su miliardi.
Elementi, quest'ultimi, di per sé non giudicabili, almeno non in prima istanza, se non fosse così evidentemente marchiato da tale “secondo fine”. Il merchandising si integrava perfettamente con la possibilità che un bambino aveva di far sfrecciare quelle macchine per ore sul pavimento del proprio corridoio. Troppo comodo creare personaggi così facilmente trasformabili nello stesso tipo di giocattolo commercializzabile. Solo cinque anni dopo l'uscita, Cars aveva già raggiunto qualcosa come 10 miliardi di dollari, trionfo attribuito dai realizzatori alla forza della storia, confondendo l'affetto di un bambino nei confronti di un giocattolo di plastica con il valore effettivo del singolo personaggio sul grande schermo.
Non sognandosi neppure, tra l'altro, di quantificare la somma di soldi spesi dagli adulti: parenti alla disperata ricerca di un regalo, genitori assillati da bambini in lacrime nel reparto giocattoli per un acquisto impulsivo. Giocattoli accumulati e accatastati, di personaggi dal successivo scarso interesse, concime non solo del capitale ma anche del cieco consumo. Non credo che un bambino che guardava a Cars col desiderio di possederlo, lo volesse grazie ai dialoghi o alla storia: la macchina veloce che fa “vroom” ha poco a che fare con la qualità, ma molto con il fatto che le auto siano una parte riconoscibile della vita di tutti i giorni.
Il Cars Cinematic Universe ha abbassato il livello qualitativo dello studio. Ha svenduto l'immaginazione Pixar e abbassato le pretese artistiche. Meno male che i sequel dimostrano senz'altro che Cars non è mai stato incentrato sulle riflessioni che poteva offrire al pubblico, anzi indicarono alla Disney che altri franchise Pixar potevano rappresentare una fonte di guadagno redditizia, a prescindere dalla reazione del pubblico ai film. Difatti, dal nulla, un film semplicemente discreto poteva essere considerato un successo clamoroso, rendendo questo l'unico modus operandi dell'intero studio.
Piuttosto che cimentarsi in un nuovo originale progetto – troppo rischioso - la Pixar ha iniziato a inanellare “successini”, affidandosi a sequel e spin-off per far leva sulla nostalgia del pubblico e trascurando film più genuini come Onward e Il viaggio di Arlo, proposti con fare scadente e passati in sordina. Anni dopo, Soul, intriso dello spirito innovativo ed educativo dei primi lavori, ha mostrato un barlume di speranza, puntando all'anima originaria dello studio, ritagliandosi però uno spazio talmente esiguo da presentarsi più come eccezione alla regola che tendenza consolidata. Quest'anno Hoppers è riuscito a combinare elementi fantastici con una profondità umana e realistica.
Cars ha comunque vinto. Universalmente applicabile, in sintonia con chiunque grazie al suo integerrimo ottimismo, sintetizzando sequenze d'azione e scarsa risonanza emotiva. Piace comunque a tutti. Radiator Springs ha svolto bene la funzione di capsula anti tempo. Negli anni 2000 e stranamente adesso, dopo vent'anni, il decennio ‘50 viene visto come centro della rappresentazione passata, il periodo degli adolescenti moderni; ora sono gli anni ‘80, il periodo amato dagli adolescenti già morti, privati di quel – più – caratteristica di molti altri film Pixar, ai quali Cars ha sbeffeggiato idee innovative e preziosi insegnamenti di vita, e che ora, con lo stesso alle spalle, forse potrà tornare a essere “come prima”.




