Remake dichiarato di Stéphane, una moglie infedele (1969) di Claude Chabrol, sarebbe riduttivo e disonesto liquidarlo solo come tale. Il film fa ciò che ogni buon remake dovrebbe saper fare: rielaborare la fonte, individuare nuove possibilità narrative e adattarne temi e dinamiche a un contesto storico e culturale differente, restituendo loro una rinnovata attualità. In poche parole, estrarre un valore aggiunto.
Pur riprendendo platealmente la brillante idea del classico francese, la sceneggiatura di Chabrol si cala infatti alla perfezione nel contesto contemporaneo, quello della Russia di Putin, segnata dall’invasione dell’Ucraina e dal conflitto. Una realtà raccontata attraverso lo sguardo di un oppositore in esilio, che non ha rinunciato a denunciare le storture del proprio Paese e che ha girato il film in Lettonia, per le evidenti somiglianze geografiche con la Russia.
Come già nei precedenti Leviathan (2014) e Loveless (2017), il regista torna a parlare della Russia ponendo la lente d’ingrandimento sulla famiglia, per poi allargare progressivamente lo sguardo all’intero Paese. La denuncia politica di Zvjagincev prende avvio, in questo caso, dal punto di vista del ceto abbiente e della classe dirigente. Minotaur si insinua nella Russia borghese e socialmente altolocata, dove la guerra è un pensiero da accantonare, da osservare da spettatori “non paganti” o da gestire dall’alto, senza sporcarsi le mani e senza fare i conti con le proprie responsabilità.
Il film ci conduce nella vita di Gleb, amministratore delegato di un’azienda di spedizioni, che vive con sua moglie e il figlio in una villa nella periferia di Krasnoborsk, città della Russia nord-occidentale. La quotidianità rassicurante di una famiglia benestante viene fin da subito messa in discussione: un padre eccessivamente occupato dal lavoro, una madre sola e infelice, un figlio silenzioso e in costante malessere. A Zvjagincev bastano poche inquadrature e pochi dialoghi per delineare la frattura familiare, in cui la comunicazione è ormai inesistente e i rapporti si trascinano per inerzia, oppressi dalla finzione e dalla presunta perfezione borghese.
In una situazione già nettamente delineata, sono la luce di un telefono che si illumina in una stanza completamente buia e un primo piano su Gleb a svelare (e preannunciare) il dramma. Ancora una volta con la potenza e l’esaustività delle immagini. I segnali di un matrimonio spento, finito, esaurito, a lungo ignorati, diventano la certezza della relazione extra-coniugale di Galina, sua moglie, relegata ai doveri di moglie e madre ma tornata a sentirsi viva fuori dalle soffocanti mura domestiche.
Pur configurandosi inizialmente come un dramma familiare, il film sfocia progressivamente nel thriller, alimentando una tensione che nasce quando iniziamo a intuire le inquietanti intenzioni del protagonista. Si concretizzano in una sequenza al cardiopalma, nella quale seguiamo passo dopo passo i suoi mostruosi pensieri trasformarsi in realtà, ormai consapevole di non poter più salvare il matrimonio in altro modo.
Una sequenza lunga e angosciante, la più pregevole sul piano tecnico, in cui le inquadrature oggettive, che ci illudono di essere soltanto spettatori, si alternano a quelle soggettive, rendendoci complici delle sue azioni. Lo seguiamo in ogni implacabile gesto e in ogni tentativo di cancellare le tracce. Il rigore e la freddezza delle immagini rispecchiano Gleb: perentorio, inflessibile, perfettamente a proprio agio nei gesti che compie, indisturbato da una coscienza già corrotta e forte della consapevolezza di avere il potere dalla propria parte.
Il gesto di Gleb non è una reazione all'adulterio o al fallimento matrimoniale, di cui non si è mai veramente curato, almeno fino a quando non ha perso il controllo sulla donna che aveva scelto come vetrina per il mondo esterno. È piuttosto il tentativo disperato di un “rispettabile” padre di famiglia e “stimato” capo d'azienda di salvaguardare a ogni costo la propria immagine. Più che accettare che la moglie possa emanciparsi dalla sua influenza, Gleb è impegnato a difendere il proprio orgoglio ferito per essere stato rimpiazzato da un uomo di trent'anni più giovane e di condizione sociale inferiore.
Sullo sfondo della famiglia disfunzionale si staglia il ritratto di un Paese imperialista che, forte della propria potenza, sceglie scelleratamente di invadere una terra limitrofa, mandando in prima linea proletari, lavoratori comuni e padri di famiglia, attraverso una politica paternalista e pedagogica non più efficace, come suggeriscono i volti scavati e rassegnati dei cittadini reclutati con la forza. Ne emerge l'immagine di una popolazione affranta e scontenta, tutt'altro che in sintonia con le scelte governative, al di là di quanto raccontino le narrazioni.
La facilità e l'indifferenza con cui Gleb commette un delitto, per poi scrollarselo immediatamente di dosso e tornare alla vita di cittadino esemplare, sono le stesse con cui sacrifica, con l'inganno, i propri dipendenti per inviarli al fronte. Come se bastasse un fazzoletto a cancellare il sangue che lo ha sporcato, Gleb annulla ogni linea di demarcazione tra la buona e la cattiva società, rivelando la medesima disinvoltura tanto nell'esercizio della violenza privata quanto nell'esecuzione degli ordini del potere. È un perfetto ingranaggio del sistema, un ignavo servitore del proprio Paese, la cui deresponsabilizzazione è alimentata anche dal suo status sociale. La paura di essere scoperto viene infatti attenuata dalla consapevolezza di avere lo Stato dalla propria parte, di poter sfruttare il potere a proprio favore e, anzi, di incarnarlo.
L’omicidio viene insabbiato, spacciato per un casuale incidente, per una normale fuga, come quella dei tanti russi che nel frattempo stanno cercano di varcare il confine. Ancora una volta la vicenda privata si confonde con quella nazionale. Sorge allora spontanea la domanda dei poliziotti, abili e scaltri, ma rassegnati e consapevoli ingranaggi di uno Stato autoritario che agisce indisturbato.
Nonostante le prove della polizia, l'omicidio viene insabbiato, spacciato per un incidente o per una normale fuga, come quella dei tanti russi che nel frattempo cercano di varcare il confine. Eliminato il terzo incomodo, presunta causa della crisi con Galina, e salvaguardato il proprio status di cittadino modello, il matrimonio è «salvo». Ma è la complicità di Galina nell'allontanare i sospetti dal marito e nel tornare silenziosamente alla vita precedente, anche dopo aver avuto conferma dei propri sospetti sul marito, a destabilizzare. Non è il comportamento di una donna debole, incapace di ribellarsi alla gabbia di un matrimonio infelice. È il gesto di chi ha compreso di essere intrappolato in un labirinto senza via d'uscita, senza alcuna alternativa al matrimonio fittizio con un uomo “mostruoso”, che ha persino dimenticato di odiare.
Il dramma familiare si allarga così progressivamente fino a diventare il dramma di una nazione. Minotaur è l'anticamera di una ben più ampia analisi socio-politica della Russia contemporanea, che non rimane mai sullo sfondo. Le due vicende si confondono, si toccano e convergono nello stesso punto, in un finale patinato e intriso di un'illusoria speranza: la famiglia sembra essersi ricompattata, mentre le strade russe sono invase da cartelloni propagandistici che esortano a combattere per la patria. Un'immagine conclusiva beffarda, nella quale la ritrovata armonia domestica si specchia nella retorica bellica del potere.




