The Bibi Files è costruito attorno a filmati trapelati degli interrogatori di polizia a Netanyahu, sua moglie Sara, suo figlio Yair e persone a loro vicine, politicamente e personalmente.

Oltre mille ore di materiale emerso dagli interrogatori, a partire dall'avvio del procedimento per corruzione, che Alex Gibney, produttore, ha ricevuto e consegnato ad Alexis Bloom, regista del documentario. Quest'ultimo alterna filmati della polizia a commenti di ex funzionari, collaboratori, giornalisti e altri analisti. Ricostruisce il percorso di Netanyahu verso il potere, fino a diventare il primo ministro israeliano più longevo, con 17 anni distribuiti su più mandati.

Nei video, il leader siede alla sua scrivania in un ufficio angusto, ha una mappa della regione alle spalle. Fuma e sigari e beve champagne per un valore di decine di migliaia di dollari, ottenuti in cambio di favori per interessi personali e normative vantaggiose promesse a magnati in cambio di una copertura mediatica favorevole. Esprime indignazione, definisce i testimoni bugiardi e osserva di avere questioni ben più importanti di cui occuparsi.

Il film traccia un collegamento diretto tra i problemi legali di Netanyahu e la guerra. Sostiene che i procedimenti penali abbiano spinto il primo ministro a lanciare una campagna per indebolire il sistema giudiziario del Paese, scatenando a sua volta proteste di massa che hanno creato un'immagine di debolezza nazionale e indotto Hamas ad attaccare (Netanyahu respinge tutte queste accuse). Tra gli argomenti chiave dei realizzatori c'è la paura di Netanyahu di finire in prigione come influenza delle sue decisioni politiche, dalla riforma giudiziaria alla guerra. Tutt'ora sotto processo, con l'accusa di corruzione, frode e abuso d'ufficio in tre casi distinti, si dichiara non colpevole.

Il film non ha avuto vita facile. Il giorno prima della proiezione al festival di Toronto, gli avvocati di Netanyahu hanno chiesto a un tribunale israeliano un'ingiunzione per impedire la pubblicazione del filmato dell'interrogatorio. Il tribunale ha respinto la richiesta e la proiezione è avvenuta. Ha subito restrizioni anche in Israele a causa delle leggi sulla privacy, nonostante la distribuzione internazionale. Le recensioni israeliane sono state perlopiù positive, pur ritenendo che Netanyahu venga ritratto in una luce critica. Non solo in Israele, anche negli Stati Uniti. Ciò non significa che i cittadini di entrambi i Paesi non lo stiano vedendo. Molti sono riusciti a vederlo tramite VPN, oppure guardando versioni pirata sui social. Al di là di tutto, il film è tutt'ora in programmazione in diverse le sale, Italia compresa.

C'è da chiarire una cosa: The Bibi Files non è una cura per chi invoca la pace, non è la pillola avvelenata che farà cadere Netanyahu. Per gli israeliani, quasi nulla di quanto emerge da queste interviste è una rivelazione e di certo il film non è una leva sufficiente, nonostante le costanti proteste. Gran parte del materiale emerso è già stato letto e l'idea che Bibi sia corrotto non è una novità per chi si oppone.

Purtroppo, è improbabile che quanto trattato abbia alcun effetto su coloro che invocano la fine dello Stato di Israele, convinti che qualsiasi azione compiuta da un israeliano sia, per definizione, sospetta o meritevole di condanna. Si può sperare in un approccio più moderato, ma è difficile quando il peso dell'argomento è pretesto per coloro che prosperano su tali scontri per rafforzare le proprie posizioni vedendo il documentario come «l'ennesimo attacco da parte di un manipolo di registi progressisti che fanno il gioco dei terroristi e infangano l'attuale leader di una nazione solida».

Il documentario è piuttosto indirizzato a coloro che, pur avendo una vaga idea del caos e della corruzione che affliggono la politica israeliana da tempo, non ne conoscono tutti i dettagli in modo così convincente. In un'epoca in cui slogan cancellano ogni sfumatura sulla complessità della situazione, il film compie un'azione informativa: gli israeliani non sono un blocco monolitico, Netanyahu e i membri della sua coalizione non rappresentano la maggioranza della popolazione, e molti, compresi coloro che partecipano al film, si stanno esprimendo contro uno schema che richiede un'analisi più approfondita.

Non sorprende che la reazione del pubblico rifletta le divisioni attorno al leader. I suoi sostenitori, e lui stesso, affermano che è vittima di una caccia orchestrata da media ostili e un sistema giudiziario di parte, intenti a rovesciare il suo governo. Gli oppositori, basandosi sulla veridicità, si convinceranno ancora di più che è corrotto, accecato dal potere e che ci sta conducendo alla distruzione. La questione non riguarda solo il contenuto delle interviste portato alla luce, ma anche l'importanza di azioni concrete e gli appelli per un cessate il fuoco. Bloom insiste sul fatto che il film si pone come piattaforma per coloro che chiedono la destituzione di questo governo reazionario nella ricerca di una via d'uscita nonostante le evidenti difficoltà, e spera anche che il pubblico comprenda che criticare il primo ministro israeliano non è antisemitismo, trattandosi di un leader politico perseguibile, come tutti gli altri.

Per chiudere, tra le tante voci, quella di una giovane donna vicino al confine con Gaza, sopravvissuta, incide maggiormente. Esprime con chiarezza una giustificata indignazione; non solo, le sue parole offrono anche la più grande speranza per un futuro positivo. Lancia un appello alla verità e promuove la riconciliazione.