Il 3 novembre 1976 usciva nelle sale americane Carrie, e il cinema horror riscopriva di essere soprattutto un cinema di sguardo. Brian De Palma prendeva il romanzo d’esordio di Stephen King e ne faceva un melodramma adolescenziale che a mezzo secolo di distanza conserva intatta la sua smania.
Tutto parte dal sangue, e il film lo mostra fin dalla sequenza d’apertura. Lo spogliatoio è girato al rallentatore, con una fotografia vaporosa e la musica di Pino Donaggio che accarezza i corpi. Carrie (Sissy Spacek), sotto la doccia vede del sangue cadere lungo la sua gamba, crede di morire. Le compagne rispondono con una crudeltà corale, lanciandole addosso assorbenti e prese in giro, in una liturgia rovesciata del battesimo. Il sangue è il segno di una maturità che nessuno ha spiegato a Carrie. Tornerà altre due volte: quello di maiale, che le cola addosso al ballo, e quello immediatamente successivo, che cancella ogni possibile futuro. Tre sgorghi, tre tappe di un’iniziazione senza guida.
Il racconto di formazione, qui, si compie al contrario: ogni passo verso l’età adulta toglie qualcosa a Carrie invece di arricchirla. Per questo il film parla ancora così bene agli adolescenti di oggi. Il ballo come una trappola per topi, l’umiliazione orchestrata in diretta davanti a tutta la scuola, i telefoni al posto dei secchi e la viralità al posto del sangue di maiale: l’architettura è la stessa e a cambiare sono solo gli strumenti.
De Palma intuisce che la crudeltà tra coetanei è una forma di spettacolo e ha bisogno di un pubblico. Pertanto, la scena del ballo è costruita come un lungo avvicinamento al disastro. Quando Carrie e Tommy ballano, la macchina da presa gira intorno a loro in senso opposto al loro movimento. La sequenza circolare, con i colori che si fanno sempre più saturi, restituisce l’ebbrezza di un istante di felicità che sa già di essere rubato. Per qualche secondo Carrie è al centro di un mondo che le sorride. Lo spettatore, che si aspetta il seguito, guarda quella giostra con la gola stretta.
Poi arriva la caduta, e con lei lo split screen. Lo schermo si divide: da una parte il volto di Carrie, gli occhi sbarrati e fissi, dall’altra il caos che lei scatena. Un vizio di forma che diventa pensiero. L’immagine unica non basterebbe a contenere la doppia importanza di quel momento, in cui la vittima è carnefice, e il disastro nasce dalla stessa persona che lo subisce. Il sangue, da marchio di vergogna, si fa scintilla di una vendetta personale. Carrie scopre il potere della propria voce e lo usa per presentare il conto a un sistema intero.
Il sistema ha un volto preciso, più d’uno in realtà. I poteri di Carrie non hanno a che fare con il satanico. La vera incarnazione del male è la madre, Margaret, interpretata da una Piper Laurie (premio oscar) magnifica e terrificante, e con lei i bulli. Margaret vive in una casa-cappella - tra santini, candele e penombra - e ha trasformato il bigottismo in un’arma di controllo domestico. Per lei il corpo è una colpa e il desiderio è l’opera del diavolo tentatore. Basta ascoltare come racconta il concepimento di Carrie, con il marito trasformato in una serpe piena di whisky, e la propria cedevolezza al peccato originale. L’ultima cena tra madre e figlia, con la tavola apparecchiata come un santuario, è una delle scene più agghiaccianti del film e non ha niente di sovrannaturale. C’è solo una donna che ama la figlia nel solo modo in cui la sua paura e il credo estremo le permettono, con oppressione e punizione.
Intorno a Carrie, infatti, il film dispone un’intera costellazione femminile. Miss Collins, la professoressa di ginnastica, è l’unica adulta che prova a vederla davvero, cercando di proteggerla e tutelarla con una tenerezza unica di chi conosce il peso degli “scherzi” adolescenziali. Sue Snell cerca di riparare il proprio senso di colpa offrendo il proprio fidanzato a Carrie, un gesto generoso e ambiguo. Chris Hargensen, con il volto liscio di Nancy Allen, è una perfidia che non ha bisogno di motivi. Cinque donne, cinque reazioni diverse davanti al dolore: il fanatismo, la solidarietà, il rimorso, la crudeltà e la vittima. Non c’è una figura maschile capace di cambiare il corso degli eventi. Gli uomini sono comparse – come giusto sia - alibi o strumenti, perfino il gentile Tommy è vittima degli eventi, senza una possibilità di fuga.
Il finale, con la mano che esce dalla terra e il risveglio urlato di Sue, ha insegnato a generazioni di registi come si costruisce uno spavento. Sfuggire alla furia di Carrie vuol dire portarsela dentro per sempre. Alla fine, nessuno si salva, nemmeno chi sopravvive, e dopo cinquant’anni quel sangue non si è ancora asciugato.




