Anche per la carriera leggendaria di Martin Scorsese ci sono stati momenti difficili. La prima metà degli anni Ottanta è stata un valico sotto diversi aspetti. Un decennio che per il regista newyorkese inizia con il discreto successo di Toro Scatenato (1980) - due premi Oscar (miglior attore protagonista e miglior montaggio) - ma che di lì a poco lo porterà a mettersi in discussione e a pensare di gettare la spugna. Nel 1983, infatti, quando ormai la fine della New Hollywood è già stata conclamata, Re per una notte si rivela un flop colossale. All’uscita, è un tale disastro da costringere Scorsese ad interrompere la produzione di L’ultima tentazione di Cristo, che riuscirà a portare nelle sale solo nella seconda metà del decennio, e costringe il regista a tornare verso una produzione indipendente che darà alla luce Fuori Orario (1985). Il buon risultato di quest’ultimo, con Prix de la mise en scène a Cannes annesso, segna il definivo rilancio di Scorsese che, adattando il sequel letterario di Lo spaccone (1959) di Walter Tevis - da cui era stato tratto il film di Rossen (1961) - riscuote il suo più grande successo economico fino a quel momento.

Sulle orme dell’omonimo romanzo (1984) di Tevis, Il colore dei soldi vede il ritorno di Paul Newman nei panni di Eddie Felson, che da ormai ex campione di biliardo si ritrova a vendere alcolici e a gestire la propria sala da gioco. La vita rigida e abitudinaria che conduce viene travolta dall’incontro con Vincent Lauria (Tom Cruise), un agguerrito giocatore di biliardo, che Eddie identifica come proprio erede, prendendolo sotto le sue ali e preparandolo in vista di un prestigioso torneo professionistico.

Un’opera notevole, troppo spesso tacciato della nome di “Scorsese minore”, forse anche per via del tentativo di risanare, attraverso il film, i buchi finanziari creati dalle uscite precedenti. Eppure, siamo comunque lontani da operazioni dal successo garantito come lo sono state Shutter Island o Cape Fear. Al contrario, si trattò di una risposta ben calibrata e grintosa agli insuccessi e alla serie di critiche e stroncature subite nel corso degli anni precedenti.

Nonostante Lo spaccone (1961) di Robert Rossen sia ancora oggi riconosciuto come uno dei film statunitensi più importanti di sempre, l’idea di questo sequel non è semplicemente quella di riprendere il mito americano e decostruirlo nuovamente “una spaccata dopo l’altra”. Quello di Scorsese è un gioco cinematografico dove il vecchio e il nuovo dialogano alla perfezione con una sintesi di messa in scena che ha stuzzicato il pubblico come raramente ha fatto il suo cinema.

Fuori dagli schemi barocchi, fiore all’occhiello dei suoi gangster, o paranoici come i suoi film più schizofrenici, qui si gioca il tutto per tutto, sfruttando ogni mezzo a disposizione. Se il film di Rossen aveva un formato più ampio in CinemaScope, qui il 35mm Arriflex chiude ogni prospettiva sul futuro dei protagonisti, ingabbiandoli nelle proprie ossessioni e paranoie. Eddie non è più Fast, si propone come un mentore che cerca disperatamente quel brivido (heat) per tornare oltre il limite della quotidianità che lo ha annebbiato di continue illusioni personali nel corso degli anni. Perfino Vincet, immortalato spesso con la maglietta con la scritta Vince (la provenienza genealogica del regista la dice lunga), è l’incarnazione pura del cinema americano degli anni Ottanta, machista ed egoriferito, incarnazione della gioventù di origine reaganiana. Fate il vostro gioco, no?

Oltre ad una psicologia proporzionalmente parallela tra i due giocatori (nei fatti distaccati solo per la differenza d’età) e le performance semplicemente indimenticabili di entrambi, il film continua a vibrare a distanza di 40 anni di una passione travolgente. Il montaggio di Thelma Schoonmaker non abbandona mai lo spettatore, seducendolo a più riprese di fronte ad una narrazione coming of age e di rivalsa per un pubblico che ovviamente non è più quello degli anni Sessanta. Un discorso che si materializza anche attraverso l’estetica e la fotografia di Michael Ballhaus, dove la malinconia per il passato e un presente irrealizzabile è percepito in ogni arida inquadratura. Una sensazione percepita perfino nella colonna sonora di Robbie Robertson, dove l’ambizione percepita è sempre dosata attraverso un’atmosfera sì delicata ma sempre sul punto di esplodere.

È sufficiente l’inquadratura dell’ultima partita del torneo, con Eddie riflesso sulla palla 2, per comprendere la genialità di un’opera intramontabile, ma di cui difficilmente potremmo analizzare il successo senza le lenti adatte. Oggi in pochi (i fratelli Safdie?) avrebbero la stoffa per portare alla luce un film del genere. Martin Scorsese lo ha reso un gioco da ragazzi semplicemente con una frase: Hey, I am back!