Adattando l’omonimo romanzo (1993) di Irvine Welsh, Trainspotting (1996) vede le vite quotidiane di Mark Renton, interpretato da un Ewan McGregor iconicamente schizzato, e il suo gruppo di amici – Sick Boy, Spud, Tommy e Begbie – a fare i conti, chi più chi meno, con una serie di dipendenze, più di tutte l’eroina.
Fin dall’incipit storicamente indelebile per qualsiasi spettatore, con sottofondo Lust for life di Iggy Pop, veniamo trascinati in un turbinio di situazioni sempre più assurde e grossolane dove la ricerca di una dose o uno stimolo per vivere è la costante essenziale della storia. Ancor prima delle corse frenetiche a cui abbiamo assistito quest’anno con Marty Supreme, Mark correva via dalla vita e da tutte le responsabilità che ci racconta fin dai primi minuti del film. D’altronde, l’oscurantismo dell’era Thatcher era finito da poco e il futuro per questi giovani era alle porte. Ma è proprio questo futuro che porta il nostro narratore chiacchierone a rifugiarsi in una una droga dopo l’altra, in un tentativo continuo di fuga dalle responsabilità che si deve assumere per diventare un rispettabile ingranaggio della società.
In questa prospettiva caotica, il montaggio frenetico del film non ci culla, né tantomeno ci abbandona, tra famiglie che si sfaldano e altre che non si realizzano mai. La narrazione risulta estremamente coinvolgente e spietata nei confronti della gioventù scozzese, disconosciuta dalla stessa comunità che appare estremamente lontana, se non assente, all’interno dell’opera del 1996. D’altronde, il regista britannico (ma inglese) all’epoca non si era soffermato sullo sguardo politico della Scozia colonizzata da mezze seghe; piuttosto, illustra una gioventù bruciata alla radice della propria crescita fallimentare. Tutt’altra questione sarà per il sequel del 2017, in cui Boyle persegue la sua visione politica contemporanea, mostrando le ipocrisie di un sistema autorevolmente nazionalista; tuttavia, nei fatti, vediamo la burocrazia e la stessa identità scozzese che vengono vendute alle multinazionali e alle politiche economiche dell’Unione Europea (in piena Brexit).
Rimanendo al crepuscolo del XX secolo, la spirale di follia di Mark e i suoi amici procede da un estremo all’altro, in un crescendo che sembra non poter che condurre alla tragedia. Anche se il finale travolge qualsiasi aspettativa del pubblico: Mark decide di accettare la vita, ma a quale costo?
Prendendo in esame la sequenza finale, vediamo la conclusione di amicizie tossiche e la fuga da ogni illusione per accettare di vivere con un sorriso. Però, la scena finale di Mark è tutt’altro che rassicurante. Boyle alterna tra campo lungo sul ponte e inquadratura fissa su Mark sorridente che si avvicina piano piano finché non rimane che una silhouette sempre più inquietante. Il contrasto tra l’entusiasmo della voce narrante e l’immagine oscurata dai titoli di coda non lascia niente a ben sperare per il futuro. Sarà davvero al sicuro oppure correrà ancora? Il tapis roulant della palestra in Olanda all’inizio del sequel è già la risposta alla domanda. Tutt’altra cosa sarà trovare una soddisfazione valida a tutto il dolore passato insieme ai suoi amici, che non avranno sconti dalla vita se non la solitudine assicurata.
Mark – così come noi spettatori – sarà sempre alla deriva della nostalgia e dei fantasmi di una Scozia che non è mai stata tale, se non quella sbeffeggiata da piagnistei di coloni inglesi ubriachi su altre terre.




