Difficile dire se sia crepuscolo o alba quando un uomo esce di casa e attraversa la tundra in auto. Com’è difficile immaginare onde infrante sotto il ligio sguardo di montagne che digradano in un mare agitato. Kolia (Aleksey Serebryakov) guida in questo grigiore per andare a prendere il suo amico Dmitri (Vladimir Vdovičenkov). È un viaggio in auto ricco di suspense che, nei successivi 140 minuti, si fonde alla questione di classe, macchiandosi di inquietudine.

Andrey Zvyagintsev ama i personaggi disperati, intrappolati in mondi più vasti di quanto possano controllare, che risuonano nella Russia moderna. Ambientato in una piccola città ma in grado di riflettere il senso di vastità di paesaggi suggestivi che fungono da personaggi a sé stanti, per Zvyagintsev la specificità geografica non ha comunque importanza. I luoghi possono sembrare vividamente reali, ma sono principalmente mitici: crogioli per i drammi dell'anima russa.

In Leviathan, paura e disillusione sono più centrali della trama stessa, sostenuta piuttosto dalla logica schiacciante o l'inevitabilità sottesa. Mostra un mondo governato da uomini ubriachi e depressi, affogati in vodka e disperazione, dalla prospettiva di vedere le loro vite andare in pezzi. Zvyagintsev esplora gradualmente la loro esistenza travagliata, presenta accenni man mano che si sviluppa, sottolineando la percezione che ciascuno sia intrappolato nelle proprie frustrazioni emotive.

Attribuisce a Thomas Hobbes l'affermazione che l'uomo sia l'animale più pericoloso e l'ispirazione per la visione sul controllo governativo, districando i vari strati intrecciati di corruzione e calunnia che condannano la classe operaia, e cercando l'elemento cosmico nella tensione tra i suoi personaggi e l'indifferenza del sistema che li schiaccia gradualmente.

Come al più affine Il ritorno, presenta riferimenti biblici mischiati alle connotazioni politiche. Lì si faceva riferimento ad Abramo e Isacco, e alla velata autorità paternalistica post crollo dell'Unione Sovietica. In Leviathan, i riferimenti al Libro di Giobbe evocano l'eterna sofferenza umana e le questioni che essa comporta, con Hobbes ad enfatizzare i concetti sulle libertà a cui le persone rinunciano per la sicurezza in un regime autoritario, dal leader vistosamente assente che osserva ogni scambio di battute.

Le relative idee storiche, filosofiche e politiche, indirizzano verso un dramma che risiede nella lotta di molteplici significati, la cui prospettiva parte comunque dal basso. Capace di contenere un nucleo di mistero e ambiguità che non solo invita, ma costringe ad interpretare e scovare la commedia nera pungente, che sotto il manto di grigio è sorprendentemente sfumata nell'uso dell'umorismo. Nonostante il tono, cupo o addirittura solenne, è arguta nell'approcciare la cifra esilarante di dettagli, non lasciando spazio per respirare o intravedere una qualsiasi vittoria sul sistema.

Sebbene non sia corretto affermare che Zvyagintsev sia antireligioso o ateo, l'intreccio corrosivo tra politica e religione, di uomini che, anziché sradicarla, ne rafforzano il reciproco sostegno, traccia una struttura morale che solo lui avrebbe potuto fare.

Leviathan accoglie con favore la sfida di chi contribuisce a definirne il significato. Tante questioni rimangono del tutto oscure, le ambizioni sono tanto grandiose e multidimensionali che piuttosto di culminare in un unico climax, ne intreccia diversi mentre il dramma si consuma con spettacolari immagini esterne sullo sfondo di un vasto paesaggio avvolto dal blu di acqua e cielo. Le contemplative immagini ambientali, di vecchie fotografie o affreschi religiosi sbiaditi, esprimono, in termini visivi e sonori, le tensioni che animano la narrazione. La musica, assieme alla cupa fotografia, che cerca zone d'ombra in primo piano, contribuiscono all'atmosfera di oppressione.

Caos ed immoralità prevalgono verso l'innegabile e cinica conclusione. Invece di trovare conforto, nessuno può pretendere di controllare il proprio destino, e la convinzione che il potere venga da Dio, viene messa in discussione quando gli uomini cercano di esserne pari.

Nemmeno la luce che si staglia tra le montagne in lontananza, illuminate dai raggi del sole o l'immagine di un giovane rannicchiato su uno scoglio accanto alla carcassa di una balena, tra singhiozzi soffocati dal fragore delle onde vicine, pone rimedio ad un titolo che – non solo fa riferimento alle balene avvistate nel Mare di Barents – ma alla mostruosa stoica finale – rassegnazione di un prete che parla della necessità di sottomettendosi alla volontà di Dio come la grande bestia del mare: «Si può forse pescare il Leviatano con un amo?».