In seguito alla consacrazione internazionale ottenuta grazie a Leviathan, Zvjagincev torna nel 2017 in concorso sulla Croisette con Loveless. Dopo aver conquistato il Premio della Giuria a Cannes, la pellicola ha raccolto numerosi riconoscimenti, aggiudicandosi in Francia il Premio César al Miglior Film straniero, e ottenendo due candidature di alto profilo come quelle ai Golden Globe e agli Oscar 2018.

Il quinto lungometraggio del regista russo si apre in modo peculiare: dopo i titoli di testa su sfondo nero la macchina da presa si sofferma su una foresta innevata, deserta, senza vita, che anticipa dal punto di vista visivo le tematiche centrali del film, ovvero la freddezza, l’indifferenza derivante da legami ormai incrinati, richiamati dagli alberi spezzati mostrati nelle prime sequenze. Ancora una volta, infatti, Zvjagincev torna ad esplorare i rapporti umani e le dinamiche familiari, come già aveva fatto in The Return (2003), The Banishment (2007) ed Elena (2011). In questo caso, lo fa attraverso un espediente narrativo, ovvero la scomparsa di Alyosha, il figlio di Zhenya e Boris, che porta all’estremo una situazione già esistente.

Tuttavia, Zvjagincev non segue la via del thriller investigativo, ma smorza la tensione attraverso un ritmo lento, contemplativo e delle inquadrature geometriche, fredde, distaccate dai personaggi e dai loro volti; non crea un melodramma né cerca di far empatizzare lo spettatore con i protagonisti. Allo stesso modo, la colonna sonora è minimalista e ricalca la cupezza del film, non andando mai a sovrastare le immagini o a manipolare le emozioni dello spettatore.

La freddezza formale riflette la dimensione emotiva della storia e il titolo Loveless racchiude già la chiave di lettura dell’opera: “senza amore”, una condizione in cui gli interessi personali prevalgono sulle responsabilità nei confronti degli altri. Zhenya e Boris stanno infatti divorziando e discutono su chi dovrà occuparsi del figlio; per entrambi il bambino sembra essere un peso, un ostacolo nelle loro rispettive nuove vite. I genitori ipotizzano di mandarlo in collegio e non si mostrano particolarmente turbati neanche all’idea che possa finire in un orfanotrofio; nel frattempo Alyosha ha ascoltato il litigio e si chiude nella sua camera piangendo disperatamente. Nessuno si preoccupa dei suoi sentimenti, è un personaggio già invisibile ancora prima della sua scomparsa.

Zhenya è una persona superficiale, estremamente attenta alla propria immagine, nella quotidianità, quanto sui social media ed è interessata solamente a costruirsi una vita agiata accanto ad un uomo ricco, migliore di quella che aveva con l’ex marito. Boris, invece, cerca un futuro più stabile e conforme alle aspettative del proprio datore di lavoro, che non vede di buon occhio i dipendenti divorziati. Parallelamente, infatti, si è costruito un’altra relazione con una ragazza molto più giovane, dalla quale aspetta un figlio.

Entrambi appaiono indifferenti all’esistenza di Alyosha, se non addirittura incapaci di amarlo, specialmente Zhenya, il cui passato viene esplorato, rivelando come il suo comportamento stia finendo per replicare quello della madre, una donna solitaria, fredda e priva di empatia, che non ha mai mostrato affetto nei confronti della figlia.

Neppure le ricerche del figlio riescono a riavvicinare i protagonisti; al contrario il conflitto si intensifica, mentre si incolpano a vicenda per le scelte che hanno segnato il loro passato. Incapaci di mettere da parte i rancori, durante gli interrogatori, emerge in maniera ancora più chiara quanto poco conoscessero il bambino.

Il finale è emblematico e toglie ogni speranza allo spettatore: sono passati alcuni anni, le vite di Boris e Zhenya sono continuate come se nulla fosse accaduto e senza che le nuove relazioni sembrino averli resi davvero felici. La pellicola si chiude infatti in modo circolare richiamando le stesse immagini iniziali della foresta innevata e sottolineando che non vi è stata alcuna presa di coscienza o evoluzione. L’assenza di amore è ancora presente, lo status quo è rimasto immutato.

Come spesso accade nel cinema del regista, il finale introduce un forte parallelismo con la società russa, mettendo in relazione la dimensione familiare con quella della nazione. Mentre scorrono immagini in televisione dei conflitti in Ucraina, Zhenya si allena su un tapis roulant, indossando una felpa con la scritta “Russia”. Il microcosmo caratterizzato dall’indifferenza e dalla ricerca dei propri interessi a discapito degli altri, si riflette così su una società individualistica e incapace di guardare oltre sé stessa, un ritratto che forse si estende anche ben oltre i confini russi.