Non una filmografia particolarmente lunga in relazione agli anni di attività ma sufficiente a dimostrare il talento e la padronanza del mezzo e a permettergli di ritagliarsi un posto d’onore tra i grandi. Autore dall’umorismo tagliente, che ha raccontato la nostra realtà con notevole lucidità e che nelle molteplici fasi della sua carriera ha saputo evolversi, reinventarsi e scoprire nuovi lati della propria sensibilità artistica. Nel suo periodo da “comico” (Nanni ci perdonerà) - per quanto indipendente e molto diverso, per stile e formazione, dalla generazione di comici che si affacciava nel panorama italiano tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta - è stato battezzato dai Cahiers du Cinema come il più importante cineasta comico dopo Jerry Lewis. Un’investitura che, esagerata o no, racconta bene lo spessore raggiunto da Moretti già nel primo decennio di carriera e l’ammirazione dei cugini francesi che, in fondo, a Cannes, dove è stato l’ultimo italiano a vincere la Palma d’oro, lo hanno sempre accolto a braccia aperte. In attesa di vedere la sua ultima fatica ripercorriamo insieme questi cinquant’anni di cinema morettiano Moretti con una personale classifica dei suoi lungometraggi (documentari esclusi):

14.Tre piani (2021)

Per la prima volta in carriera Moretti si cimenta con una sceneggiatura non originale, ma il risultato non è dei migliori. Nonostante le buone premesse, il cast d’eccezione e gli undici minuti di applausi a Cannes (che spesso, si sa, sono pura formalità), il film fatica ad ingranare e perde progressivamente mordente, rivelandosi l’inciampo più evidente della sua filmografia. Un film che ha poco da spartire con il cinema di Nanni, non solo per il materiale di partenza, ma anche e soprattutto perché privo di quell’anima e di quella personalità e che da sempre ne contraddistinguono il cinema. Niente di disastroso, ma sicuramente deludente.

13. Mia madre (2015)

Moretti fa i conti con la morte della madre in un film di ispirazione autobiografica in cui il dolore pervasivo del lutto si intreccia con una crisi personale, coniugale e professionale. Dal meta-cinema al dialogo tra realtà e dimensione onirica, Moretti riporta in scena alcuni tratti distintivi del suo cinema e torna a scavare dentro i fantasmi dei suoi alter ego. Un film che sceglie di muoversi su un terreno familiare, con una vicenda nella quale è difficile non immedesimarsi, ma che non trova sufficiente mordente né la forza narrativa necessaria per ritagliarsi un posto di rilievo nella sua filmografia.

12. Io sono un autarchico (1976)

L’opera prima di Moretti, all’epoca poco più che ventenne, è un qualcosa di mai visto prima in Italia. Un raro esempio di lungometraggio girato con cinepresa super 8, sfilacciato e naturalmente acerbo (sarebbe stato strano il contrario, visto il tipo di operazione), ma che lascia già intravedere la verve e il geniale guizzo autoriale del ragazzo. L’anno successivo, dopo aver clamorosamente smosso l’opinione pubblica e alimentato il dibattito sul rinnovamento di un cinema italiano sulla via del tramonto, si siederà a tu per tu con Mario Monicelli in un epocale “scontro” intergenerazionale mandato in onda sui canali Rai.

11. Sogni d’oro (1981)

Dopo il grande successo di Ecce bombo, Moretti fa il suo ingresso nel circuito festivaliero approdando per la prima volta a Venezia, in concorso, dove si aggiudica il Leone d’Argento. Il regista varca la soglia degli anni Ottanta passando dagli agrodolci spaccati giovanili post-sessantottini delle precedenti opere a un film metacinematografico, non privo di analisi sociopolitiche, che intreccia la vita privata e professionale di un giovane regista, Michele Apicella. Non parliamo ancora del miglior Nanni, né a livello narrativo né a livello registico, ma prende sempre più forma l’identità e lo stile di un personaggio che iniziamo a conoscere sempre meglio nelle sue idiosincrasie, nelle sue ossessioni e nella sua intimità. Pur nella sua frammentarietà, il film vanta scene straordinarie che da sole valgono l’intera opera.

10. Habemus Papam (2011)

Ventisei anni dopo La messa è finita, Moretti torna a confrontarsi con la sfera religiosa e con il mondo cattolico insediandosi in Vaticano per esplorare e interrogare la dimensione umana - tra paure, angosce e vulnerabilità - prima ancora di quella sacra, dei vertici ecclesiastici. Alternando un tono austero e disincantato al tagliente sarcasmo nei confronti dell’ambiente ecclesiastico, il cineasta romano racconta la storia di un uomo in lotta con una crisi d’identità che, non sentendosi all’altezza del ruolo, rinuncia alla chiamata di Pontefice. Meno esplosivo del primo Moretti, per quanto non manchino scene che ne richiamano i fasti, ma solido e, alla luce degli eventi successivi, illuminante.

9. Ecce bombo (1978)

Due anni dopo lo sperimentale esordio alla regia, arriva il salto di qualità in termini di budget e, di conseguenza, anche di messa in scena. Un Moretti per certi versi ancora acerbo, e come biasimarlo (a 25 anni aveva già due lungometraggi alle spalle), ma autore di scene cult, ancora oggi impresse nell’immaginario collettivo, che impreziosiscono una notevole commedia amara capace, attraverso il grottesco, di raccontare il disagio e l’alienazione della generazione post-sessantottina, nonché di rompere definitivamente gli schemi del cinema italiano, gettando le fondamenta di uno stile e di un personaggio che negli anni avrebbe consolidato. Un successo inaspettato, anche per il produttore, ma che, visto a posteriori, appare pienamente giustificato.

8. Il caimano (2006)

Nel corso degli anni sono state molte le opere che hanno parlato di Berlusconi, in maniera più o meno velata, ma un film come questo era difficile da immaginare. Il film racconta in realtà la storia di un produttore dimenticato che tenta di rilanciare la propria carriera scommettendo sulla sceneggiatura di una giovane regista, ispirata proprio alla storia di Berlusconi. Il “Caimano” entra così in gioco in modo collaterale e del tutto inedito. Un film che riflette sui meccanismi e le storture dell’industria cinematografica italiana, ma soprattutto trova soprattutto il brillante pretesto, attraverso l’espediente del “film nel film”, per porre sotto la lente d’ingrandimento l’allora Presidente del Consiglio, ripercorrendone la storia dagli inizi da imprenditore all’ascesa in politica fino alle controversie legali. Geniale.

7. La stanza del figlio (2001)

Alla soglia del nuovo millennio, Nanni cambia registro, allontanandosi temporaneamente dalla commedia per misurarsi con misurarsi con un cinema drammatico, riflessivo e malinconico che trova espressione in un dramma straziante e privo di sentimentalismi sulla perdita di un figlio e sulle ripercussioni all’interno delle dinamiche familiari. Moretti mostra nuovi lati della propria sensibilità artistica, confermando ancora una volta una versatilità che negli è stata superficialmente messa in discussione. Vincitore a Cannes in una delle edizioni più ricche e importanti degli ultimi venticinque anni. Un Moretti diverso, ma che ancora una volta non sbaglia.

6. Caro diario (1994)

Gli anni Novanta portano freschezza e maturità nel cinema di Nanni che si mette a nudo come non aveva mai fatto prima, non più attraverso un alter ego ma attraverso sé stesso, in una trilogia di episodi che, con acuto umorismo, ci conducono nella sua intimità e ci avvicinano ulteriormente al Moretti uomo, prima ancora che cineasta. Dall’introspettivo tour di Roma in motorino (il più iconico), alla bizzarra tappa alle isole Eolie fino al delicato racconto della malattia e della difficile esperienza con i medici, dove, pur nel dolore, Moretti riesce ancora una volta a sdrammatizzare attraverso il suo inconfondibile umorismo. Un gioiello.

5. Il sol dell’avvenire (2023)

Dopo il passo falso precedente, Moretti torna ad attingere da sé stesso e dà alla luce una delle commedie italiane più brillanti degli ultimi anni. Un ispirato e irriverente ritorno alle origini, che riporta in auge la personalità, lo stile, gli argomenti e il linguaggio che lo hanno contraddistinto nel corso della carriera. Tanti omaggi e riferimenti al proprio cinema in un film-matrioska in cui differenti linee narrative (e temporali) si intrecciano e si confondono l’una con l’altra, offrendo una visione sarcastica del mondo contemporaneo e, al contempo, proiettandoci nel passato, nel tentativo di cambiare i risvolti della Storia (“chi ha detto che non si può?”) e di colorare le prospettive dell’avvenire. L’essenza del cinema morettiano.

4. Aprile (1998)

Dopo Caro diario, Nanni continua il suo viaggio di auto-esplorazione, accompagnandoci nella sua dimensione personale e raccontando, con taglio pseudo-documentaristico, momenti significativi della sua vita a metà degli anni Novanta: dagli esilaranti frammenti di quotidianità (come non citare lo sfogo su D’Alema o la canna post elezioni del 1994), alla lavorazione di progetti platonici (avremo mai il pasticciere trozkista nell’Italia degli anni Cinquanta?) fino all’attesa e alla nascita del figlio Pietro, protagonista inconsapevole del film. Uno dei film più ispirati di Moretti.

3. Palombella rossa (1989)

Sport e politica si incontrano nell’opera che chiude gli anni Ottanta e che vede per l’ultima volta sullo schermo l’alter ego Michele Apicella, qui smemorato militante del PCI alle prese con una partita di pallanuoto, teatro onirico di incubi, ricordi e di un’identità perduta in seguito a un incidente stradale. Uno smarrimento personale che diventa metafora della crisi ideologica del partito, destinato di lì a poco allo scioglimento e all’uscita di scena dal panorama politico italiano. Il film più astratto, simbolico e stratificato di Nanni Moretti, costellato di scene memorabili e momenti di grande satira. È storia.

2. Bianca (1984)

Moretti dimostra di saper andare oltre le consuete formule narrative e, pur riproponendo il suo eccentrico alter ego, cambia scenario e atmosfere, per dare vita ad una commedia grottesca che si tinge di “giallo”, in cui le perverse fissazioni del protagonista, apparentemente innocue, sfociano in qualcosa di sempre più ambiguo e indecifrabile. Una delle vette più alte raggiunte dal regista, capace di muoversi con sorprendente disinvoltura tra toni e registri differenti e di spiazzare con risvolti inaspettati. Tagliente, irriverente e raffinato. Tutt’oggi un unicum nella sua filmografia.

1. La messa è finita (1985)

Un inedito Moretti veste i panni di don Giulio in una commedia agrodolce che mette a nudo i tormenti, i dubbi e i disagi di don Giulio, un giovane sacerdote sui generis (pur nella sua diversità non così lontano da Apicella) che tornato a casa nella speranza di rifugiarsi in un nido accogliente, si trova costretto a fare i conti con una realtà tutt’altro che idilliaca, dove una serie di esperienze demoralizzanti e la vulnerabilità delle persone che ha sempre idealizzato fanno vacillare ulteriormente le sue certezze. Un ritratto autentico della crisi d’identità di un uomo di fede, che ne coglie il lato più umano e sincero senza ricorrere a stereotipi. Tanto bello ed emozionante quanto sottovalutato.