A Venezia 83, un’edizione di livello alto e dai numerosi titoli di spessore, trionfa Woman Unknown della danese May el-Thouky, che porta a casa Leone d’Oro e Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, assegnato all’esordiente Mathilde Arcel.
Un Leone d’oro che pochi, forse nessuno, si sarebbe aspettato ai nastri di partenza, quando come favoriti venivano indicati Martin McDonagh con Wild Horse Nine e Lee Chang-dong con Possible Love.
Eppure, il film del cineasta irlandese si è dovuto accontentare della Coppa Volpi per l’interpretazione maschile, assegnata a John Malkovich (intendiamoci, meritatissima), passando anche questa volta in sordina, nonostante l’accoglienza entusiasta e unanime di tutto il Lido, dopo i beffardi premi alla sceneggiatura del 2017 e del 2022. Il maestro coreano, che ha superato L’ufficiale e la spia (Venezia 76) per il punteggio più alto della critica nella storia della Mostra, è tornato invece da Venezia con il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, aggiungendo un altro premio illustre alla sua carriera dopo il Prix du Scénario a Cannes per Poetry. Tra gli sconfitti di lusso anche Hirokazu Kore’eda, rimasto sorprendentemente a bocca asciutta con il suo incantevole Look Back, nonostante le voci che durante il festival lo davano possibile Leone d’Oro.
Per provare a spiegare la scelta di premiare il film danese bisogna probabilmente tornare indietro al 23 luglio, quando Alberto Barbera ha annunciato la selezione ufficiale del concorso. La presenza di una sola donna (poi in realtà diventate due con l’ingresso di Naza) tra i titoli candidati a concorrere al Leone d’Oro è passata subito in primo piano, innescando delle polemiche (giuste) ma che hanno condizionato l’intera Mostra, costringendo di fatto la giuria a pulirsi la coscienza rimediando al danno commesso a monte.
Un premio che assume dunque una connotazione politica, in un’edizione in cui però in concorso c’era anche Naza. Per quanto ovvio, dopo il mancato premio a La voce di Hind Rajab dello scorso anno, se voleva essere un festival che privilegiasse la componente politica a quella artistica, allora sarebbe stato più corretto e logico conferire il premio al documentario degli autori di No Other Land, che invece ha ottenuto un consolatorio Premio Speciale della Giuria.
La questione si fa ancora più delicata se si pensa che dopo il caso America Oggi, film di Robert Altman che nel 1993 vinse Leone d’oro e Coppa Volpi, il premio principale è diventato onnicomprensivo, impedendo dalle edizioni successive (almeno fino a oggi) di dare accesso agli altri premi ai film che avrebbero vinto il Leone d’oro.
L’unica eccezione in questi anni è stata l’edizione del 2007, in cui Lussuria e tradimento di Ang Lee portò a casa il Leone d’oro insieme al Premio Osella per la miglior fotografia, ma si trattava di un premio “tecnico” che oggi, tra l’altro, non viene più assegnato.
Dopo più di trent’anni e dopo edizioni come quella del 2012, in cui fu impedito a Michael Mann di premiare The Master con Migliore Regia e Coppa Volpi, o a quella del 2019, in cui assegnando il Leone d’Oro a Joker, la Coppa Volpi scivolò automaticamente nelle mani di Luca Marinelli per Martin Eden, il paradigma si è ribaltato e una regola che fatto la storia recente della Mostra è stata violata, creando un precedente non semplice da gestire.
Una deroga che, è vero, è considerata lecita in caso di voto unanime della giuria, ma che appare perlopiù un alibi per legittimare la scelta spudoratamente politica di premiare l’opera di May el-Touchy e che, comunque, non appare ben giustificata per film come Woman Unknown, dalla storia indubbiamente significativa, ma dalla realizzazione non all’altezza, se non altro per uno dei premi più prestigiosi del mondo.
Un’edizione da dimenticare anche per il cinema italiano, in un’annata in cui, tutto sommato, si è presentato in concorso con titoli validi, da L’estranea, passando per Il fuoco che ti porti dentro fino ad arrivare a Succederà questa notte. Difficile immaginare un posto nel Palmarès per Moretti, nonostante il buonissimo film; era invece più realistico pensare a un premio per Strippoli o a un riconoscimento all’interpretazione di Vanessa Scalera nel film di Edoardo De Angelis, non per la tradizione, spesso forzata, di premiare un italiano a Venezia, ma per l’effettivo valore dei film. Non può in alcun modo rappresentare una consolazione il trionfo de I figli della scimmia nella sezione Orizzonti.
Dopo la vittoria discutibile di Almodóvar nel 2024, che sembrava più un premio alla carriera o un risarcimento ai premi negatigli nel corso della carriera, e il poco coraggioso premio a Jarmusch dello scorso anno, ai danni del dirompente La voce di Hind Rajab, per il terzo anno consecutivo a Venezia viene assegnato un Leone d’oro molto discutibile, ma quest’anno sembra essere successo qualcosa di diverso. L’impatto lo vedremo nelle edizioni successive.



