In un’edizione in cui il cinema americano è stato molto meno presente del solito, Primetime di Lance Oppenheim era probabilmente tra i film più attesi della Mostra (e uno dei più difficili da prenotare), sia per la casa di produzione coinvolta, la A24, sia per la star protagonista: Robert Pattinson, un attore in rapidissima ascesa da diversi anni e che solo nel 2026 ha preso parte a quattro pellicole, due da protagonista (The Drama, Primetime) e due da comprimario (Odissea, Dune Parte 3).

Nonostante non sia conosciuto ai più, un ulteriore motivo di interesse risiede nel regista, il giovanissimo Lance Oppenheim, che con Primetime esordisce nella finzione, dopo tre progetti documentaristici.

È doveroso, infatti, fare un passo indietro. Il suo esordio ufficiale risale al 2020 con Some Kind of Heaven, seguito da Spermworld e dalla miniserie HBO Ren Faire. Oltre all’innegabile talento, questi documentari mostrano subito come Oppenheim non sia interessato all’ordinario, anzi, sembri proprio essere alla ricerca delle storie più stravaganti possibili. Il soggetto di Primetime non è da meno, narrando le vicende di Chris Hansen, presentatore televisivo del programma To Catch a Predator, volto a stanare presunti pedofili, smascherati poi in diretta televisiva dallo stesso Hansen.

Il film segue il protagonista, interpretato da Pattinson, mostrando la sua ossessione quasi morbosa nell’eliminare dalla società questo “ancient evil”. Nell’era televisiva (e dell’internet) per eradicare una minaccia è sufficiente la gogna mediatica, la spettacolarizzazione, mentre la pena successiva non conta davvero. Parallelamente alle vittime del suo programma televisivo, è anche lo stesso Hansen a rischiare di perdere tutto, minacciato dal possibile emergere di una storia scandalistica su una sua relazione extraconiugale con una minorenne. Questo interessante parallelismo non sembra però mai essere una reale minaccia per il personaggio, che non presenta un vero e proprio sviluppo narrativo nel corso del film, se non una crescente ossessione verso “predatori” di profilo sempre più elevato. Il film, infatti, non problematizza praticamente mai il personaggio di Hansen ed ogni ostacolo posto sul suo cammino, viene risolto in maniera molto rapida, contribuendo a smorzare la tensione narrativa del film.

Un piccolo passo indietro quindi per questo regista, la cui forza nei precedenti lavori documentaristici, risiedeva proprio nella capacità di seguire personaggi con un arco ed un’evoluzione ben definiti, una profondità narrativa che invece Primetime non riesce a restituire.

Nonostante ciò, non sarebbe corretto liquidarlo come un film totalmente non riuscito, poiché su tanti altri aspetti funziona e riesce a brillare. La tensione che manca nella narrazione è compensata dall’intensa performance di Pattinson e dalla colonna sonora opprimente. Un film “pop”, di luci al neon, con un ritmo serrato che incalza lo spettatore ed un ampio utilizzo di materiali d’archivio ricostruiti (dalle riprese delle telecamere di sorveglianza alle immagini del programma televisivo), che creano una dimensione visiva che richiama in parte la formazione documentaristica di Oppenheim.

La mancanza di cinema nordamericano di peso e l’entusiasmo sui social avevano generato troppe aspettative su questo film, le cui ambizioni forse erano più contenute. Allo stesso modo anche la scelta del Concorso non era necessariamente il miglior posizionamento per la pellicola, che probabilmente risente della limitata esperienza del regista nel cinema di finzione. Nonostante il film non brilli come tanti avrebbero sperato, Oppenheim ha mostrato sprazzi del proprio talento, un regista da tenere d’occhio, che subito dopo Venezia ha già presentato a Telluride, a sorpresa e con una caldissima accoglienza, un nuovo documentario co-diretto con uno dei più grandi comici e attori del momento, Nathan Fielder, confermando di avere tutte le carte in regola per affermarsi come una delle voci più interessanti della nuova generazione di registi.