Due anni dopo Dark Star (1974), lungometraggio d’esordio nato come progetto universitario, John Carpenter scrive e dirige un film che ha già in sé tutta la carica eversiva e la libertà espressiva che lo renderanno uno dei più grandi e poliedrici autori statunitensi.

Carpenter ha sempre mantenuto le distanze dall’industria hollywoodiana, privilegiando un’indipendenza creativa che gli ha permesso di esercitare un controllo totale sui suoi lavori. Oltre ad essere regista, spesso figura come sceneggiatore, montatore, produttore, attore e compositore, curando in prima persona le iconiche colonne sonore dei suoi film, marchio di fabbrica di uno stile sempre riconoscibile.

La musica, a tal proposito, è una componente davvero fondamentale: crea una dimensione di tensione e trepidazione ancor prima che lo spettatore venga proiettato in un mondo tetro, misterioso e spesso apocalittico. Le colonne sonore, minimali ed impattanti attraverso l’uso di sintetizzatori, conferiscono profondità emotiva e fanno presagire l’incombente minaccia.

L’incipit è sempre memorabile in Carpenter, così come l’epilogo, riservando proprio alla musica il ruolo di “collante” in grado di chiudere al meglio il cerchio narrativo, rileggendo ed enfatizzando le suggestioni iniziali. Una peculiarità che in Distretto 13 è già ravvisabile, accanto ad altre scelte registiche che diverranno stilemi consolidati nei successivi film del regista. Tra questi, ad esempio, l’incedere crescente del ritmo narrativo che si dipana da una situazione iniziale di apparente “calma placida” che viene d’improvviso sconquassata dall’arrivo dei proiettili, in una raffica di violenza irrefrenabile.

La vicenda ruota attorno alle bande criminali di una Los Angeles irriconoscibile, deturpata e deserta, in cui vigono solo caos ed efferatezza. Il Distretto 13, situato in una zona periferica ormai ritenuta compromessa ed insanabile, sta per essere trasferito. Al tenente Bishop, poliziotto dall’ irreprensibile integrità morale, viene affidata la supervisione delle operazioni di smantellamento. L’edificio viene ben presto bersagliato dalle gang limitrofe mosse dalla vendetta e dall’odio verso le forze dell’ordine. Asserragliati all’interno di questa piccola stazione di polizia, che presto assume i connotati di barricata crivellata incessantemente da proiettili, anche tre criminali scaricati da un cellulare della polizia durante un trasferimento, a causa del malore di uno di loro.

L’insurrezione, nella sua ineluttabilità, riecheggia La notte dei morti viventi, celebre pellicola di George A. Romero. I rivoltosi assomigliano a “morti che camminano”, specie nella misura in cui si fiondano all’assedio in modo del tutto imperturbabile: la loro identità è ignota, le loro movenze meccaniche, sembrano programmati per uccidere e sacrificarsi, superiori numericamente ma subito rimpiazzabili.

Il male, secondo Carpenter, assume qui (e nei suoi film successivi) le dimensioni di piaga sociale, rimanendo senza volto e travalicando il singolo individuo, insediandosi ovunque. La violenza, cieca e spietata, interessa anche le forze dell’ordine, che non ci pensano due volte a freddare sistematicamente qualcuno cercando di scansare qualsiasi responsabilità. Si innesca, così, un meccanismo di non ritorno in cui nessuno è scevro di colpe. Gli unici due personaggi a conservare qualità morali sono il tenente Bishop, integerrimo nel compiere il proprio dovere, ma disposto a contravvenire alle regole del sistema per “fare la cosa giusta”, e Napoleone Wilson, noto e temuto criminale che si dimostra leale fino in fondo, antieroe per eccellenza.

Distretto 13: le brigate della morte è la scintilla iniziale di un cinema incendiario e sempre artigianale, che mescola generi ed influssi differenti (anche) per riflettere sull’inconsistenza delle istituzioni americane e su problematiche sociali che ancora attanagliano la nostra contemporaneità. Lo sguardo di John Carpenter si dimostra sempre in anticipo sui tempi, premonitore e attuale.