In dialogo con il direttore del Museo del Cinema di Torino, Carlo Chatrian, il regista ha ripercorso la sua carriera, aprendo l’incontro con un ricordo del Torino Film Festival. Bong Joon-ho è tornato nel capoluogo piemontese a 23 anni dalla sua partecipazione al festival con il suo secondo lungometraggio Memories of Murder e ha ironicamente raccontato di essere nuovamente salito sulla Mole Antonelliana, godendo di un panorama limpido della città, mentre nel 2003 questa era completamente avvolta dalla nebbia.

Il lavoro con gli attori

Durante l’analisi di alcune clip tratte dai suoi primi film, si è soffermato sul sodalizio artistico con Song Kang-ho, da lui definito “il Marcello Mastroianni coreano”, per l’importanza e l’impatto che ha avuto, e continua ad avere, sul cinema sudcoreano e internazionale. Un interprete versatile, con la capacità unica di “scivolare” tra i diversi generi cinematografici e di esaltare la forza emotiva di una scena con la sua sola presenza. Ricorrendo ad una metafora calcistica ha poi paragonato Song Kang-ho ad un centrocampista d’impostazione, dotato di una visione di gioco globale e capace di guidare l’azione.

Nel corso dell’incontro sono emerse altre due importanti collaborazioni: quella duplice con Tilda Swinton (Snowpiercer e Okja), per cui ha riscritto un personaggio, cambiandone genere, in seguito al loro incontro al Festival di Cannes, dove si erano dichiarati ammiratori l’uno dell’altra. E la seconda, molto più recente, con Robert Pattinson, di cui ha elogiato la capacità di variare registro e tono emotivo anche all’interno della stessa scena.

Parlando di Pattinson, ha anche evidenziato come il casting sia una delle mansioni più importanti di un regista, con un peso superiore al 50% nel determinare il successo o il fallimento di un’opera. Al pari di un allenatore, infatti, il regista schiera il proprio “roster” prima che l’azione abbia inizio, ma una volta entrati sul terreno di gioco, il controllo diretto e l’esecuzione concreta passano agli interpreti, così come il “tocco di classe” spetta al talento del singolo attore.

L’uso dei generi cinematografici

Il regista sudcoreano ha parlato in più occasioni, durante l’incontro, dell’uso dei generi cinematografici. Ha chiarito in primo luogo che la classificazione e l’adesione ad un determinato genere arrivino soltanto a posteriori: la scelta della storia da raccontare viene presa a prescindere dal genere.

Inoltre, a proposito dell’ibridazione di vari generi, una costante della sua filmografia, ha spiegato come la frequente contaminazione della commedia e del grottesco con il thriller, l’horror o la fantascienza, non sia una strategia per spiazzare lo spettatore, ma derivi piuttosto dalla convinzione che la vita stessa sia un intreccio caotico di dramma e assurdità.

Bong Joon-ho, tuttavia, non si limita ad utilizzare i generi più popolari, ma li svuota dalle convenzioni tradizionali e spesso li porta verso direzioni inaspettate. Ad esempio, analizzando una clip del film The Host ha affermato che, nonostante sia classificato come monster movie, lo considera a tutti gli effetti un film sui rapporti familiari, nel quale il mostro rappresenta soprattutto un pretesto narrativo per far emergere le dinamiche e i legami tra i protagonisti.

Gli spazi e le disuguaglianze sociali

Carlo Chatrian ha sottolineato come una delle tematiche chiave del cinema di Bong Joon-ho, ovvero le disuguaglianze sociali, sia quasi sempre veicolata attraverso l’uso degli spazi.

Parlando di Snowpiercer, il regista si è soffermato sul conflitto alla base della tensione narrativa. L’orizzontalità imposta dalla struttura del treno costringe i personaggi ad un movimento privo di deviazioni: l’avanzamento dei ribelli si scontra con le barriere delle classi sociali più ricche, volte a preservare l’ordine costituito. Inoltre, la rigida separazione delle classi sociali nei vagoni del treno non ha nulla di realmente fantascientifico, né rappresenta un’eccessiva esagerazione di ciò che accade nella realtà; ha poi accostato Snowpiercer al film Titanic per la divisione dei passeggeri in base alla loro condizione economica.

In Parasite, al contrario, l’asse di divisione sociale diventa verticale: fin dalla prima inquadratura la videocamera scende al di sotto del livello del suolo per seguire la vita della famiglia “povera”, un processo che si ripeterà anche all’interno della villa (che non a caso si trova in cima ad una collina) con la presenza del bunker seminterrato. Una contrapposizione anche visiva tra una vita immersa nell’oscurità e una profondamente illuminata da luce naturale. Allo stesso tempo questi spazi ristretti rispondono al desiderio umano di nascondersi e proteggersi dal mondo esterno, finendo però per trasformarsi in delle trappole, che accentuano ancora di più l’isolamento degli individui dal resto della società.

Il mostro nei film di Bong Joon-ho

Nel cinema di Bong Joon-ho, le creature e i mostri sono personaggi complessi, drammatici, dotati di vulnerabilità, capaci di suscitare empatia nello spettatore. La sfida principale per il regista, nella loro ideazione, sta nel generare emozioni complesse e talvolta contraddittorie, come terrore e compassione.

Tutte le creature dei suoi film (The Host, Okja e Mickey 17) sono state disegnate dallo stesso artista: Jang Hee-chul. Il processo creativo parte dagli schizzi dello stesso Bong all’interno degli storyboard, mentre Jang mette a disposizione la sua approfondita conoscenza anatomica e biologica per definire vari elementi complessi quali l’ossatura, la muscolatura e la consistenza della pelle.

A margine del commento ad una clip di The Host, ha ricordato anche un curioso aneddoto, legato all’ideazione del mostro: il regista, infatti, fornì a Jang diverse fotografie dell’attore Steve Buscemi, chiedendogli di catturarne lo sguardo e l’espressività per la fisionomia della creatura.

La cinefilia di Bong Joon-ho e il legame con il cinema italiano

Durante la masterclass, Bong ha avuto modo di parlare dei propri gusti cinematografici, definendosi un cinefilo accanito e raccontando che la spinta a voler fare cinema è nata grazie alla visione di tre capolavori, che fin da bambino gli hanno lasciato un segno indelebile: Psycho di Alfred Hitchcock, Ladri di biciclette di Vittorio de Sica e Vite vendute di Henri-Georges Clouzot.

Negli anni '80 e '90, ha poi iniziato a frequentare il cineclub universitario a Seul, ma in assenza di cineteche o di piattaforme di streaming, andava a "caccia" di videocassette VHS usate nei mercatini, grazie alle quali ha potuto scoprire tanto cinema europeo.

Interpellato dal pubblico sui registi contemporanei, ha ammesso di ammirare molto e di attendere sempre le nuove uscite di tre registi in particolare: Alice Rohrwacher, di cui è rimasto folgorato fin dal suo esordio Corpo Celeste; Kiyoshi Kurosawa, maestro dei generi, e David Fincher, di cui ha citato Zodiac come uno dei capolavori thriller incentrati sui serial killer.

In chiusura dell’incontro, ha condiviso anche la singolare storia dietro la scelta del brano In ginocchio da te di Gianni Morandi per un’iconica scena di Parasite. Infatti, la musica italiana era molto popolare in Corea del Sud tra la generazione dei suoi genitori e suo padre possedeva diversi vinili di Gianni Morandi. Durante l'allestimento del set della villa, gli scenografi hanno posizionato casualmente una compilation di canzoni italiane accanto al giradischi. Il regista ha subito notato l’album con nostalgia e testando il vinile la prima canzone era proprio In ginocchio da te. In seguito, durante il montaggio si rese conto che il brano si adattava perfettamente alla scena della surreale lotta a rallentatore tra le due famiglie.