Tra impegno politico ed una visione artistica così peculiare, che sempre lo contraddistingue, il cinema iraniano continua a lasciare il segno, confermandosi una delle cinematografie di maggior qualità con titoli come Il seme del fico sacro di Rasoulof e Un semplice incidente di Panahi. Dopo Kafka Teheran e Divine Comedy, è tornato alla regia anche Ali Asgari con Un po’ di luce, le cui riprese sono state terminate in Turchia a causa della pressione del regime teocratico.

È la storia di Arash, interpretato dall'ottimo Missagh Zareh, (protagonista anche ne Il seme del fico sacro di Rasoulof), disilluso medico iraniano che decide di togliersi la vita, non riuscendo più a tollerare il peso di una quotidianità logorante all'insegna di violenza e repressione sistematica. Arash perde ogni speranza nel presente e nel futuro della sua vita, nonché del suo paese, in seguito all’arresto ed alla chiusura del suo ambulatorio per aver curato ed aiutato alcuni giovani dissidenti politici. Particolari che affiorano a poco a poco nel corso della narrazione, a partire dalla confessione ai familiari del protagonista, credendo di “alleviare” il loro dolore informandoli preventivamente.

Il dramma esistenziale si consuma all'interno di quello di un intero paese: ancora una volta le vicende del singolo esprimono la mancanza di libertà e di autodeterminazione di un popolo oppresso. Il gesto estremo che il protagonista ha pianificato di portare a termine, in modo meticoloso e ben ragionato, richiama senza dubbio una delle più memorabili pellicole del cinema iraniano: Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami, il più celebre regista iraniano di sempre.

Un po' di luce è un film di sguardi e silenzi assordanti che comunicano molto più di ciò che le parole non potrebbero esprimere. La rinuncia al dinamismo dell'azione a favore di una costante staticità delle inquadrature sembra suggerire la volontà del regista di insinuarsi tra le pieghe più intime dei personaggi, focalizzandosi sulla loro emotività e creando una prossimità disarmante tra questi e lo spettatore.

La vicinanza emotiva che si instaura di fronte ad una situazione così critica, senza apparente risoluzione, non è immediata: richiede pazienza e curiosità verso un film che si prende il suo tempo per rivelarsi una riflessione profonda che cresce alla distanza. L’unione familiare e l’importanza degli affetti fanno da contraltare ad un mondo in cui (soprav)vive chi ha il coraggio di lottare instancabilmente contro l'ingiustizia e i soprusi. È racchiusa nella famiglia e nelle piccole gioie la possibilità di salvezza, o perlomeno, di sopportazione del dolore.

Il finale è l’apice di questo climax emotivo che, con la sua intensità, sembra mettere in dubbio le ragioni del protagonista, lasciando intravvedere quello spiraglio di luce insito nel titolo.