Werner Herzog, ammaliato dalla potenza evocativa dell’ “ennesima” storia vera, che plasma e trasforma a suo piacimento come solo lui sa fare, continua a sondare l’insondabile, riflettendo nuovamente sull’unicità e sul valore della diversità, in un mondo che sta perdendo la capacità di esplorare, meravigliarsi e immaginare. Il cineasta dà vita ad un film che nella prima metà non appare così “herzoghiano”.
Si avvicina, al contrario, ad una dark comedy, che mescola umorismo e grottesco, adombrando la narrazione di una certa oscurità, attraverso suggestioni ed atmosfere inquietanti, bizzarre, a tratti destabilizzanti. Non a caso dedica questa sua nuova opera a David Lynch, che ritiene suo primo potenziale spettatore, nonché primo destinatario. Nonostante visioni artistiche ed immaginari del tutto differenti, i due grandi registi sono accomunati dalla stessa volontà di scoprire un altro universo, in cui perdersi e continuare ad esplorare, alla ricerca di significati e verità che sfuggono a quelle che conosciamo noi.
Il regista bavarese in questo caso parte dalla vicenda di Freda e Greta Chaplin, due sorelle originarie di York che vivevano in completa simbiosi: parole all'unisono, medesimi gesti e movimenti speculari, condividevano insomma tutti gli aspetti della loro esistenza ed il solo pensiero di svolgere qualcosa separatamente era fonte di stress e nevrosi. Divennero celebri negli anni ‘80 come “le gemelle pazze d’amore”, per essere state chiamate in giudizio da un vicino camionista da loro perseguitato, in seguito ad una breve frequentazione. Il titolo del lungometraggio fa proprio riferimento all'errore fonetico pronunciato simultaneamente dalle sorelle durante l'udienza, che nella foga del momento invertirono le iniziali delle due parole.
In Bucking Fastard sono Jean e Joan Holbrooke, rispettivamente Kate e Rooney Mara, che si trovano a recitare per la prima volta insieme dando vita ad un’interpretazione davvero spiazzante e sconvolgente, in virtù della sua complessità. Ad affiancarle un credibile Orlando Bloom, nei panni del vicino vessato dalla loro ossessione amorosa. Ossessione che anche in questo caso è il fulcro della poetica herzoghiana. Le sorelle Holbrooke ricordano Fitzcarraldo, Aguirre, nella loro ostinazione che non conosce misura ed è cieca a qualsiasi forma di buon senso; risponde solo al sogno. «Tutti dovrebbero scavare un tunnel in una montagna», citazione inequivocabile che riverbera immediatamente la titanica impresa in Amazzonia. Sono però anche persone emarginate, inette, sopraffatte dalla società che cerca di sfruttarle a propria discrezione. In questi termini assomigliano senza dubbio a Kaspar Hauser: individuo puro, vulnerabile, unico, rifiutato da una società a cui sa di non appartenere. La parabola delle sorelle assume ulteriore connotazione quando queste si lasciano alle spalle quel mondo così ordinato, ristretto e regolamentato che pretende di incasellarle.
Il film cambia così paradigma, si “dispiega” e assume le dimensioni di un “normale documentario” herzoghiano, grazie all'incursione della componente naturalistica e immaginifica. Le grotte-magneti da cui sono attratte e che vedono come portale per raggiungere luoghi ignoti, remoti e leggendari assumono i connotati delle misteriose Cave of Forgotten Dreams, alimentando quell'inestinguibile desiderio di esplorazione perseguito in tutta la filmografia di Herzog. Non manca persino la volpe, che richiama Grizzly Man, simbolo di vulnerabilità e bellezza, proprio quella che il mondo contemporaneo intende spazzare via.




