Le storie di Brizé e il modo in cui vengono raccontate sono sempre attuali. Una ripresa si muove e sofferma su volti nervosi, in attesa di latente disperazione; i discorsi riducono le vite delle persone a numeri, contrappuntati da silenzi eloquenti. Miscela di cine-verità ad alta tensione con qualcosa di più simile alla filosofia morale, poiché Brizé usa il dilemma dei suoi personaggi per mettere alla prova i limiti di ciò che intendiamo quando parliamo di "umanità".
Catapulta spesso in situazioni senza alcuna spiegazione preliminare, per poi dare alla scena tutto lo spazio necessario per svilupparsi, capire cosa sta succedendo e addentrarsi nell'atmosfera delle azioni. Sceglie con intelligenza attori dotati di una straordinaria sicurezza davanti alla macchina da presa.
Un Bon Petit Soldat è un dramma che non concede tregua. Storia di chi lavora usata come modulo avvincente, ricco di suspense, nel cinema recente, efficace fusione tra documentario e finzione.
Riesce a creare momenti di sorpresa grazie ai molteplici modi in cui si esprime. Prende molte delle preoccupazioni che da tempo tormentano Brizé e le esprime in modi ancora più inaspettati. Traspone nel cinema narrativo molteplici tematiche e forme proprie anche del documentario. Da Wiseman prende in prestito uno stile visivo basato sulla suggestione di funzionari seduti alle loro scrivanie. Ne adotta inoltre la prospettiva sociale, appartenente alla classe media, in modo da raggiungere l'esperienza di un'intera professione o classe sociale. Affine a quel rigore osservativo ma anche al naturalismo intimo di un'opera di finzione dei Dardenne.
La Rohrwacher gestisce la pressione a modo suo, tesa e indifferente. Sfoggia un'espressione meno cupa di quanto non sia in realtà. Meritevole di Coppa Volpi - si cala perfettamente nel ruolo. Ribalta lo stile interpretativo minimalista e carismatico, qui totalmente nevrotico e buffonesco. Dopo aver trascorso la prima metà del film in costante movimento, si chiude quasi completamente in se stessa nella seconda. Il suo crescente disgusto per il ruolo di rappresentante del sistema glielo si legge sul volto, capace di trasmettere il conflitto interiore anche quando è spalle alla camera. Brizé invece di ridurla a vittima, si concentra sulla sua capacità di sopportare e continuare a lavorare per le stesse forze che la opprimono.
Seppur attraverso un percorso diverso, giunge alla stessa conclusione dei suoi predecessori: furiosa, che alberga in un inferno bianco in cui le persone sono spinte a tradirsi a vicenda. Sul ruolo che lavoro e denaro – che sono essenzialmente i nostri idoli – giocano nelle nostre vite, perché molti di noi vi si rivolgono proprio per sfuggire a questioni più scomode. Brizé assume una posizione sulle degradazioni del tardo capitalismo, e il film grido nevrotico proveniente da quella stessa era, mostrandone la dimensione politica anziché raccontarla.
Brizé amplia una situazione complessa in cui economia ed empatia si scontrano in molteplici modi. Trasforma la storia di un singolo individuo in una tragedia sociale. Nonostante ciò: la forza del ritratto, il lavoro e l'influenza sulle relazioni umane sia perlopiù inquietante, le vene di umorismo nero rendono il tutto godibilissimo.
Magari meno visivamente suggestivo di Un altro Mondo, o di sobria quiete come La legge del mercato, teso quanto In Guerra, ma di una complessità strutturale narrativa che eleva. Non un film per chi vuole sentirsi dire la politica senza mezzi termini, perché quando Un Bon Petit Soldat giunge a un epilogo appagante quando sconsolante, si ha la sensazione che le responsabilità e le conseguenti colpe, ce le siamo meritate tutti.




