Se avete amato Il gatto con gli stivali 2, allora non resterete indifferenti di fronte a L’isola dei ricordi, il nuovo elettrizzante e travolgente film animato della DreamWorks, in sala dal 24 settembre con Universal. Si, perché condividendo proprio lo stesso team creativo (Joel Crawford e Januel Mercado alla regia, e anche alla sceneggiatura) del Gatto, L’isola dei ricordi conferma la volontà dello studio di reinventarsi nello stile e di non accontentarsi mai del già visto.

Ma andiamo con ordine.

Ambientata nelle Filippine, La storia segue Jo e Raissa, due amiche d’infanzia. Neodiplomate, sono ormai pronte a seguire strade diverse. Jo è letteralmente una bomba a orologeria, esuberante, scoppiettante, fuori dagli schemi, quella che non si muove restando ancora ancorata al proprio territorio. Raissa è invece quella più intraprendente, pronta a partire con destinazione Stati Uniti, dove l’aspetta l’università. Durante la loro ultima notte insieme, si imbattono in un misterioso portale che le trasporta sull’isola fantastica di Nakali, un luogo popolato da creature magiche e mitologiche di cui hanno sempre sentito parlare nelle storie delle loro famiglie filippine. Qui, dovranno affrontare Manananggal, la creatura più pericolosa dell’isola e, come se non bastasse, per tornare a casa dovranno sacrificare i ricordi della loro amicizia.

Sin dalle prime immagini si capisce che L’isola dei ricordi vuole essere tutto fuorché un film perfetto. Non parliamo affatto di una canonica opera animata realizzata in computer grafica, figlia di algoritmi e calcoli matematici, ma di un prodotto in cui si vedono le mani di chi ha disegnato, in cui si percepisce un autentico lavoro di artisti veri. Esattamente come per Il gatto con gli stivali 2, la sensazione è quella di guardare un’opera d’arte in movimento, in cui la GCI viene sporcata e contaminata con disegni a mano, tecniche bidimensionali, texture pittoriche ed effetti che riprendono la grammatica del fumetto.

Oltre al Gatto, un altro riferimento è senza dubbio il dittico degli Spider-Verse che, secondo il parere di chi scrive, si inserisce di diritto nella cerchia dei più grandi capolavori della storia dell’animazione tout court – e certamente anche in quella dei migliori cinecomic di sempre. Lo è non solo nei colori sparati e nel ritmo “scattoso” dei personaggi, ma soprattutto nell’essere strabordante di citazioni pop, musicali (un altro paragone potrebbe essere con KPop Demon Hunters) e cinematografici (Predator, su tutti). Citazioni che qui vengono però contaminate con la cultura filippina, in particolare con la sua mitologia che comprende una vasta gamma di spiriti, demoni e creature mostruose. La stessa villain del film, Manananggal, una figura a metà tra strega, vampiro e lupo mannaro, affonda le radici proprio nelle antiche tradizioni delle comunità del sudest asiatico.

Il risultato è quindi un’opera fresca, energica, che pesca finora da un immaginario poco esplorato sullo schermo: un ensemble di cultura pop globale e folklore locale che dà vita a qualcosa di mai visto prima. Eppure, è proprio in questo eccesso che il film, a tratti, inciampa. La frenesia con cui si accumulano gli stili e le citazioni non lascia lo spazio necessario per approfondire i personaggi, le loro dinamiche relazionali e il mondo costruito, lasciando la sensazione di un’opera abbozzata, persino confusa nel suo svolgimento.

Ma, forse, poco importa. Perché L’isola dei ricordi è un film totalmente devoto alla propria forma, al punto da farne il principale contenuto. Non un’estetica da ammirare, non una goduria per gli occhi, ma il principale catalizzatore di senso, degli stati d’animo e delle emozioni dei protagonisti, capace di dare una vera direzione alla racconto anche quando l’ossatura scricchiola rischiando di perdere pezzi per strada.