Negli ultimi anni il termine “monumentale” è stato ampliamente abusato da parte della critica e del pubblico di fronte a opere interminabili sia per durata che per ambizione. Fortunatamente, DAU lo è per davvero.
Prima di parlare del montato finale, è necessario presentare la lavorazione di questo progetto. Di per sé si può approssimare in un azzardo, vista l’ambiguità della produzione e della post produzione dalle riprese finite nel 2011. Nello specifico, il regista russo Ilya Khrzhanovsky ha cominciato a lavorare all’idea di un film biografico sul fisico sovietico Lev Landau nel 2005, iniziando le riprese tre anni dopo a Charkiv in Ucraina, dove hanno costruito l’istituto. Quest’ultima è stata una struttura artistica di 12000 metri quadrati (il più grande set cinematografico mai realizzato in Europa) nel tentativo di ricreare un centro di ricerca sovietico dell’epoca.
Quest’abbondanza spropositata di spazio e comparse (300) è stata sfruttata al massimo proprio per dare sia risalto alla sua opera massimalista – vista qui alla Mostra del cinema di Venezia – che per condividere i racconti di un’epoca fantasma, frammentata in 13 pellicole uscite al festival di Berlino nel 2020. In particolare, a detta delle dichiarazioni della troupe, il montato finale, che resta comunque una parte irrisoria del montato a disposizione di 3 anni di riprese quotidiane con pellicola di 35mm, ammonta a 700 ore e ancora oggi si parla di una prosecuzione ma, a detta di chi scrive, c’è già tutto in questa pellicola di 195 minuti.
Come le produzioni cinematografiche di grande impatto inizialmente citate che hanno guardato alla narrazione sia di finzione (The Brutalist) che di non finzione (Oppenheimer), DAU si focalizza sul periodo della vita di Landau durante il consolidamento del regime stalinista e la lavorazione della prima bomba atomica sovietica. Vediamo così la sua opposizione politica avendo una posizione pacifista – come lo stesso regista sull’invasione russa nei confronti dell’Ucraina – insieme ai turbamenti e alle perversioni di uomo di fronte alle potenzialità tecnologiche dell’essere umano, che lo trascinerà inevitabilmente verso un nichilismo sempre più deprimente.
Ancora una volta, il binomio del singolo e il sistema è il leitmotiv ricorrente di questo decennio cinematografico sempre più imperturbabile e indescrivibile nel suo caos. Si vota l’individualismo come morale in un periodo storico dove l’etica è solo un’utopia. Lo stesso film è assediato da frammenti schizofrenici, che sono momenti presenti negli altri lungometraggi del 2020. Queste vibrazioni continue sono i sintomi del regime totalitario stalinista che arriva nella sua imponenza e tracotanza inarrestabile. Ogni certezza è perduta. Solo la fisica è affidabile per Landau e la sua fede ebraica resta solo un lontano ricordo in un governo burocratico (ed esclusivamente ateo).
Per quanto la sua ambizione sia lucidamente umanitaria, Khrzhanovsky segue la legge nel contrappasso mostrando l’uomo nelle sue perversioni e tracotanze da donnaiolo che ritroverà l’altra faccia della medaglia nell’epilogo. Perché d’altronde, come ricorda lo stesso fisico, perfino Odisseo ha combattuto Troia e affrontato mille interperie per tornare a casa solo per morire.
In aggiunta, per chi ha criticato il film con la sua arroganza e messa in scena barocca, ci teniamo a ricordare che stiamo parlando di un’opera prettamente postmoderna che vede una narrazione frammentaria, critica e metatestuale nella sua essenza. Lo stesso Istituto è un set in continuo movimento e DAU col cappotto rosso è solo il direttore del circo per una parata che non finisce se non con la morte.
DAU avrebbe lo spessore per essere il Leone d’oro del 2026, in un’edizione dove il conflitto maggiore non è solo contro l’altro, quanto piuttosto contro sé stessi.



