Ferine, scritto e diretto da Andrea Corsini, è un adattamento dell’omonimo cortometraggio realizzato dallo stesso regista nel 2019, che ha avuto un eccezionale percorso festivaliero, iniziato con la presentazione alla 34ª edizione della Settimana della Critica di Venezia.

Il lungometraggio si configura tuttavia come una sorta di prequel, concentrandosi sulle origini della trasformazione di Irene (Carolyn Bracken), una ricca collezionista d’arte, il cui istinto primordiale e incontrollabile viene risvegliato in seguito ad un tragico evento. Parallelamente seguiamo le vicende di Dama (Caroline Goodall), una trafficante di predatori esotici, sulle tracce di un giaguaro fuggito. Due vite destinate inevitabilmente ad incrociarsi.

Il linguaggio dell’horror viene infatti utilizzato per raccontare la progressiva discesa dell’essere umano verso il lato più bestiale, destinato a sovrastare quasi del tutto quello razionale; l’unico baluardo a sopravvivere è l'istinto materno, elemento di unione tra le due nature, anche quando la componente “ferina” prende il sopravvento. Il conflitto tra dimensione umana e istinto animale è una tematica già esplorata nel cinema di genere, come dimostrano titoli che vanno da Il bacio della pantera (1942), al più recente Raw (2016). Si tratta però, di una declinazione ancora relativamente inedita nel panorama italiano contemporaneo.

La pulsione di Irene a cibarsi di carne cruda, che si tratti di quella acquistata al supermercato o di quella staccata a morsi da un animale vivo o da una persona, offre al film la possibilità di fare ampio ricorso al sangue e ad immagini di forte crudezza, ma senza oltrepassare mai determinati limiti. Da questo punto di vista il risultato è credibile ed è reso possibile anche dal contributo di EDI Effetti Digitali Italiani, oltre che da un budget produttivo considerevole, superiore ai tre milioni di euro. Eppure, rimane l'impressione che in alcune sequenze relative al giaguaro si sarebbe voluto mostrare qualcosa in più, un’ambizione che si è inevitabilmente dovuta confrontare con i limiti tecnici degli effetti speciali.

Se sul piano visivo riesce comunque a raggiungere risultati convincenti, le principali criticità risiedono invece in una sceneggiatura che non sembra avere abbastanza materiale narrativo da sviluppare in un lungometraggio. Ne risente il ritmo, non sempre fluido come dovrebbe, anche a causa di stacchi al montaggio talvolta bruschi, che finiscono per smorzare sensibilmente la tensione. A compensare almeno parzialmente queste debolezze interviene la colonna sonora di Pino Donaggio, che attraverso melodie orchestrali, confeziona un tema musicale inquietante, ma al tempo stesso molto elegante.

Un aspetto peculiare riguarda la composizione del cast, con due interpreti anglofone nei ruoli principali e attori italiani nelle parti secondarie. Si tratta di una tendenza già adottata da diversi registi che si dedicano all’horror nel nostro Paese, tra cui Zampaglione e Niada, che spesso girano in inglese. Una strategia che favorisce la vocazione internazionale della pellicola, ma che può rivelarsi utile anche sul mercato domestico, dove arriverà doppiato, rassicurando con delle voci “familiari” il pubblico meno abituato a fruire di horror in italiano. Al contempo, questa scelta mette in luce gli evidenti limiti nella recitazione del cast di contorno, che appare talvolta poco credibile nell'interazione in inglese con le protagoniste straniere.

Al termine della visione, non si ha la sensazione di aver assistito a un film particolarmente riuscito. Sul piano tecnico, dimostra una notevole cura in diversi reparti, dal make-up ai costumi, dagli effetti visivi alla fotografia, spesso caratterizzata dall’uso della camera a mano, fino alle scenografie, suggestive sia negli interni, con ambienti eleganti e ricercati, sia negli esterni, che restituiscono l’immagine di una provincia lombarda quasi fuori dal tempo.

Nel risultato complessivo si nota tuttavia una certa inesperienza, in parte comprensibile trattandosi dell'esordio di Corsini, a cui forse è stato messo a disposizione un budget troppo ambizioso per un’opera prima. Nonostante diverse ingenuità, Ferine rappresenta comunque una ventata d’aria fresca dal punto di vista narrativo nel panorama nazionale; un regista promettente, che auspicabilmente avrà modo di affinare il proprio cinema con le prossime opere e che ha le potenzialità per diventare uno dei nuovi volti dell’orrore nostrano.