«Per Giulia non fate un minuto di silenzio. Per Giulia bruciate tutto»

Se domani non torno di Paola Randi riporta sul grande schermo un femminicidio che ha colpito profondamente il nostro paese, quello di Giulia Cecchettin. Il film, tratto dal libro Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia di Gino Cecchettin e Marco Franzoso, segna il ritorno della regista al lungometraggio dopo La storia del Frank e della Nina (2024).

È attraverso le cupe e nebbiose campagne venete che il racconto ci riporta all’11 novembre 2023. La macchina da presa le attraversa in movimento, dall’auto e dall’alto, trasformando quei luoghi familiari in un paesaggio sospeso e inquieto, sul quale sembra gravare fin dall’inizio il peso di ciò che sta per accadere.

È qui che incontriamo la quotidianità della famiglia Cecchettin, nella quale il padre Gino (Filippo Timi) fa per due, ma dove, nonostante tutto, si respira ancora allegria.

Il film mette in scena il dramma di una famiglia, ma il suo sguardo prova ad andare oltre, cercando di far nascere un confronto pubblico sulla violenza di genere, sull’educazione e sulla responsabilità collettiva. Ed è proprio quando il dolore privato comincia a diventare un discorso collettivo che emergono tanto le intenzioni quanto i limiti del film.

Se domani non torno sembra sentire continuamente il bisogno di rendere esplicito il proprio messaggio, affidandosi alle parole dei suoi personaggi più che alla capacità delle immagini. La volontà di sensibilizzare è evidente e necessaria, ma a tratti prende il sopravvento sul racconto. I temi vengono spiegati e dichiarati, quando avrebbero avuto bisogno di trovare maggiore spazio nella costruzione cinematografica stessa.

È invece quando Paola Randi lascia respirare le immagini che il film trova alcuni dei suoi momenti più efficaci. Le campagne avvolte nella nebbia, i movimenti della macchina da presa e il contrasto con l’insistenza dei giornalisti restituiscono qualcosa che le parole non hanno bisogno di spiegare. Il dolore non appartiene più soltanto a chi lo sta vivendo, ma diventa qualcosa da raccontare, fotografare e interrogare.

Se domani non torno scorre lentamente, seguendo le ore, i giorni, la paura, la rabbia e i ricordi della famiglia Cecchettin. Di Giulia (Sabrina Martina) rimane soprattutto l’immagine di una ragazza sorridente, studiosa, immersa in una quotidianità normale che il film cerca di preservare.

È forse proprio questa ricostruzione così fedele allo scorrere dei giorni a rappresentare un altro limite del film. La vicenda di Giulia è ancora troppo vicina nella memoria collettiva perché la semplice successione degli eventi possa bastare a restituirle uno sguardo nuovo.

Il racconto guarda così oltre la cronaca. Anche l’esecutore viene a malapena nominato, quasi fosse una presenza che il film decide consapevolmente di lasciare ai margini. È una scelta comprensibile nella volontà di sottrargli ulteriore spazio e di non trasformarlo ancora una volta nel centro della storia, ma che lascia qualche perplessità. Tenerlo quasi completamente fuori dal racconto significa infatti rinunciare anche alla possibilità di osservare più da vicino quelle dinamiche di possesso e controllo che precedono la violenza e che avrebbero potuto dare maggiore profondità al discorso che vuole portare avanti.

È forse qui che risiede la principale contraddizione di Se domani non torno: voler indagare le radici di un fenomeno complesso senza riuscire sempre a trasformare quella riflessione in cinema.

Se domani non torno non ci chiede di provare pietà per questa famiglia, ma di ricordare Giulia affinché tutto questo non accada più. Ci chiede di educare i nostri figli, di interrogarci sul modo in cui cresciamo e veniamo cresciuti. È un messaggio necessario, che il film pronuncia con forza e sincerità, anche quando la volontà di comunicarlo finisce per prevalere sulla sua capacità di raccontarlo.