Apre oggi ufficialmente le danze l’83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia, con Ink di Danny Boyle in apertura. In attesa di scoprire il Leone d’oro di quest’edizione, ripercorriamo il festival dal 2000 ad oggi in quelli che, secondo noi, sono stati i dieci Leoni d’oro più sbagliati, più ingiusti. Dieci scelte discutibili e altrettanti film, indicati tra parentesi, che avrebbero invece meritato veramente di vincere. Sia chiaro, non tutti i titoli elencati sono brutti, ma col senno di poi si sono rivelati incapaci di reggere il peso storico del loro premio. Dal decimo al primo, dal meno al più immeritato.

10. 2007: Lussuria - Seduzione e tradimento (Cous Cous)

Lo aveva già vinto nel 2005, con l'appassionato e sentito I segreti di Brokeback Mountain (capolavoro). Due anni dopo, il taiwanese Ang Lee risolleva sul tetto della Sala Grande l'ambito Leone D'oro, per Lussuria – Seduzione e tradimento. Il film dei troppi: troppo noioso, al punto che potrebbe volerci un'eternità a finirlo, troppo lungo, lento, indulgente. Bellissimo da vedere, ma inefficace. Più facile da ammirare che da adorare. Thriller di spionaggio e cupa storia d'amore assieme. Il tutto poco sviluppato, più scenografia che altro. Sembra funzionare solo quando i due protagonisti si spogliano. E persino quelle scene, di sesso, per quanto esplicite, appaiono in qualche modo fredde. Diverso il discorso per Cous Cous di Abdellatif Kechiche, al terzo film dopo i riusciti Tutta colpa di Voltaire e La Schivata. In Cous Cous vige la regola del meno senso, più sensibilità. Del provocare, catturare e appagare. Più semplice perché sposa quasi l'estetica del documentario, e di come il cibo incarni la condizione umana di sentirsi contemporaneamente vivi e mortali.

9. 2001: Moonson Wedding (Y tu mamá también)

Nel 2001, il nostro Nanni Moretti si impunta, da presidente di giuria, considerando l'indomito temperamento di chi vittorioso a Cannes, su Mira Nair e il suo Moonson Wedding. Regista che con i suoi temi era capace di attraversare l'India passando da più punti. Con particolare sensibilità per la musica, la cui predominanza tiene comunque conto di Bollywood senza troppe remore. Così, tra canzoni e risate, parlava di cambiamento, costumi, folklore a suo modo di ordine sociale. Insomma, un filmetto colorato, gioiellino di una regista a caccia di nuove tendenze senza rinnegare il proprio passato. Se non fosse che quell'anno per il concorso passò Y tu mamá también di Alfonso Cuarón. Disinvolto, di un'audacia che risiede soprattutto nelle interpretazioni dei protagonisti. Parla di ormoni, adolescenza, la complessità dell'amicizia in modo originale, pur mantenendo una vena malinconica di chi mina la gioia di vivere anche mentre la crea. Senza dubbio uno dei film più sexy e divertenti sulla lotta di classe mai realizzati. Cuarón poi, nel tempo stabile frequentatore del Lido, vincerà 17 anni dopo con Roma: uno dei Leoni più meritati degli ultimi 25 anni.

8. 2004: Il segreto di Vera Drake (Ferro-3)

Il 2004 fu l'anno dell'oriente. Erano anni in cui la direzione artistica di Marco Muller vedeva nel cinema giapponese, cinese, coreani e vietnamita le eccellenze mondiali. Così per tutto il corso dei 90’ e i primi 2000' non furono di meno. Nonostante ciò, quell'anno vinse un film smaccatamente europeo: Il segreto di Vera Drake del maestro inglese Mike Leigh. Un film incentrato sul passato che ritrae la classe operaia londinese del dopoguerra. Leigh evita il melodramma a ogni sospinto, non prende posizione, non difende l'aborto né condanna gli uomini per aver politicizzato il corpo femminile. Ferro-3 avrebbe dovuto vincere. Vero, il compianto Kim Ki Duk l'avrebbe vinto poi, ma difficile non pensare di premiare un film così maliziosamente consapevole e curiosamente sentito. Che vede il mondo come un sogno. Etereo è il suo aggettivo, accattivante e affascinante. Come se non bastasse, parla soprattutto di emancipazione femminile.

7. 2022: Tutta la bellezza e il dolore (Gli orsi non esistono)

Sempre per la serie "Presidenti di giuria e i loro vizi chiamati film", una delle più grandi attrici della storia del cinema (Julienne Moore), non volle sentire ragioni: il Leone d'oro doveva essere di Laura Poitras, per Tutta la bellezza e il dolore. Un documentario, d'inchiesta, su Nan Goldin, attivista, donna risoluta, impetuosa. Completamente privo di distanza concettuale tra l'autrice e il suo soggetto artista, il risultato empatico è, a ogni modo, potente. Il documentario è bello, ma piuttosto inerme; inutile se si pensa all’attivismo ben più efficace di un signore bistrattato che in concorso quell'anno si presentò clandestinamente con un film. Gli orsi non esistono testimonia, esorta a esaminare i complessi strati di una storia apparentemente semplice: un uomo oppresso e represso dal suo Paese. Lo stesso Panahi fu persino elogiato dalla stessa Poitras, probabilmente consapevole che un film, in qualche modo affine al suo, non meritava solo il Premio speciale della giuria.

6. 2016: The Woman Who Left (La La Land)

Lav Diaz è un grande regista. Un prodotto veneziano. L'unico a riuscire "nell'impresa" di vincere nella sezione Orizzonti e bissare un successo nobilitato con il suo The Woman Who Left appena tre anni dopo. Un Cinema lento, compassato, corposo, minimale. Tuttavia, sarebbe inutile non confessare, anche goffamente, l'amore che La La Land ha scatenato in ognuno di noi essendo lo stesso anno in competizione. Un miracolo firmato da un appena trentenne che crede ancora nel potere e nella magia del mezzo. Baciato dal sole, dal romanticismo variopinto. Ma più di ogni altra cosa, la dolceamara felicità di custodire cose che stanno scomparendo, nella musica e nel cinema. La La Land era il Leone che meritavamo.

5. 2013: Sacro Gra (Tom à la Ferme)

Quell'anno l'egida italiana era presieduta da uno degli ultimi grandi giganti della nostra industria. La presidenza di Bernardo Bertolucci non solo si avvalse negli anni di colpi atipici e coraggiosi come la Palma d'oro conferita a Lynch nel 90' per Cuore Selvaggio, ma anche nel 2013 di riportare un Leone nostrano in laguna. Sagro Gra di Gianfranco Rosi è un film disperso e incompleto, pur con una discreta vena inventiva. Il concetto alla base rimane più di natura intellettuale che concreto, scadendo poi in un sentore di vecchio. Cosa che non un giovanissimo regista canadese che al terzo film poteva senza troppi indugi rientrare nella categoria di cineasta a tutto tondo. Tom à la Ferme è hitchcockiano. Attinge a elementi thriller per catturare famiglia e comunità represse, il tutto sotto una luce che si fa ombra carica di ardore e paura. Tante cose sono da perdonare a Bernardo, il fatto di aver gettato con alcun riconoscimento quello che sarebbe divenuto già dal film successivo (Mommy) l'enfant prodige del cinema.

4. 2021: La scelta di Anne (È stata la mano di Dio)

La Venezia 2021 impestata e confusa dal Covid non deragliò la limpida strada che Bong Joon-ho e giurati videro davanti a sè nel premiare una regista donna. La scelta di Anne di Audrey Diwan doveva essere Leone. Film che si avvaleva di un'eccellente interpretazione, quella della protagonista. Tutto trasuda l'epoca d'ambientazione; ricrea il passato, aprendo non troppe finestre sul futuro. Un promemoria sull'accesso a cure mediche anche esistenziali. Poco a che vedere con il sentito e personalissimo È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, il perfetto ritorno al Leone italiano. Una meravigliosa esuberanza drammatica, dell'energia vivida quintessenza di Sorrentino, verso il sublime. Qui, la contestazione non è di natura politica, giustamente dalla parte della Diwan, bensì di pura e si (spera) non ancora superata bellezza, di cui Sorrentino (comunque Gran Premio per lui), è assoluto alfiere.

3. 2012: Pietà (The Master)

Le vicissitudini attorno alla presidenza quasi dittatoriale di Michael Mann sono ben note. Se non altro ha avuto il pregio di premiare la questione sospesa con Kim Ki Duk e colmare il vuoto lasciato anni addietro con film come Ferro-3. Pietà è nauseantemente violento. Dall'aspetto scuro, dove il bordo scompare tra le ombre. Non particolarmente attraente, dunque, seppur riflettendo la bruttezza del suo soggetto. In concorso lo stesso anno c’era The Master di Paul Thomas Anderson, tutt'altro film. Operistico, quasi epico. Emozioni contrastanti e amori interrotti in una terra spietata di illusioni, dove si lamenta il peso emotivo del nichilismo. Una dichiarazione su conformismo e ribellione attraverso cui lo spettatore è chiamato ad interpretare i nudi grotteschi come reali, o a riflettere su qualsiasi allegoria di fondo. Certo, PTA se ne uscì con ben tre premi, ma siamo più che certi che negli ultimi vent'anni, The Master è il più grande film che si sia visto a Venezia.

2. 2024: La stanza accanto (Queer)

Intendiamoci, il Leone d'oro 2024 a Pedro Almodóvar è stato un contentino. Dopo le Palme non ottenute in oltre vent'anni di presenze in concorso, le svariate opere stratificate e complesse tipiche del Maestro dall'immenso successo, Almodóvar realizza un film minore. La stanza accanto, una tentata rappresentazione gioiosa della morte. Da una parte deprimentemente esaustivo, quanto talvolta emotivamente vuoto. Nello stesso concorso uno dei figli artistici, dalla sensibilità affine, l'afflato vicino e la flemma della stessa potenza, ma ancora più sentito e, ove possibile, ancora più intimo e provocatorio. Queer di Luca Guadagnino è di una bellezza travolgente, gli sanguina cuore e il muscolo è rivolto a cercare l'amore nella speranza di trovarlo. Guadagnino a zero, inaccettabile considerando la carriera fino ad allora e la costante presenza al festival di Venezia. Totalmente snobbato.

1. 2025: Father Mother Sister Brother (La voce di Hind Rajab)

A destare l'attenzione pubblica di spettatori e stampa l'anno scorso non è stata solo l'impegnata quanto necessaria partecipazione in concorso de La Voce di Hind Rajab, quanto il fatto che un Leone d'oro allo stesso, praticamente telefonato anche se giustissimo, non fu assegnato. A vincere è stato chi dell'empatia ha sempre fatto elemento su cui basare un'intera carriera, fatta di pochi fronzoli e tanta sostanza. Jim Jarmusch che in Father Mother Sister Brother ha realizzato l'ennesimo, bel film, ma non necessariamente da premiare. Un ritratto di famiglie e debolezze, di una coralità semplice, dolce senza dilungarsi più di tanto, andando dritto al punto. Tutti contenti, se non fosse che dall'altra parte la chiamata era troppo importante perché Kaouther Ben Hania afferra con entrambe le mani uno dei problemi più rilevanti del nostro tempo e ce lo sbatte sotto il naso. Nessuna pretesa, manipolazione, ricatto, anzi, piuttosto, un percorso di vera azione, con visioni di orrore mostrato, ricreato e non solo discusso. Un film che ci ricorda quanto siamo vicini a ciò che è realmente accaduto.