Non considerando le sezioni parallele (Giornate degli Autori e Settimana della Critica), il film che ha “salvato” l’Italia dalla totale esclusione dai palmarès di questa Venezia è I figli della scimmia di Tommaso Landucci, qui alla sua opera prima di finzione, tratto da una sceneggiatura scritta dallo stesso Landucci con Damiano Femfert, già premiata nel 2021 con il premio Solinas. Il film, in concorso nella sezione Orizzonti, ha conquistato ben due riconoscimenti, il primo nuovamente per la sceneggiatura e il secondo per la migliore interpretazione maschile a Riccardo Scamarcio.
I figli della scimmia racconta la storia di Dario, interpretato da Riccardo Scamarcio, padre di un bambino disabile, che nel corso del film crea un legame sempre più forte con il nipote, alterando gli equilibri all’interno della famiglia.
Una pellicola quasi interamente al maschile, che mostra tre generazioni: l’anziano Enzo (Luigi Diberti), padre di Dario e Roberto (Fausto Russo Alesi), entrambi segnati dalla sua assenza e determinati ad essere dei genitori più presenti per i rispettivi figli, Enrico (Andrea Aggio) e Giacomo (Tancredi Naldini). Il ruolo della figura paterna viene interrogato e messo in discussione, con uno Scamarcio in una delle migliori interpretazioni della sua carriera, depotenziato tanto nell’aspetto fisico quanto nel suo status di “star”. Un personaggio ordinario, fragile, che viene destabilizzato dal figlio adolescente del fratello, con il quale entra in sintonia, finendo per trascorrere sempre più tempo con lui, condividendo le proprie passioni e le proprie esperienze di vita. Con il nipote Giacomo, a sua volta alle prese con un rapporto difficile con il padre, sperimenta una sorta di paternità alternativa che inconsciamente desidera, trascurando però il proprio figlio e incrinando il rapporto con la moglie (Lidiya Liberman).
I figli della scimmia non è un film sulla disabilità in senso stretto, quanto piuttosto un viaggio interiore del personaggio di Dario verso l’accettazione e la riscoperta dell’amore per il proprio figlio, attraverso una struttura narrativa circolare che si apre e si chiude con la medesima scena: Dario che lava il piccolo Enrico nella vasca, sorridendo, il momento più dolce e di maggiore impatto dell’intero film.
La regia di Landucci è molto asciutta, essenziale, senza virtuosismi, adatta al tipo di storia che viene raccontata, ma allo stesso tempo non fa ancora emergere una personalità ben definita, se non per l’interessante utilizzo della pellicola, che contribuisce a restituire la concretezza e l’autenticità alle immagini. Come molte opere prime e seconde di Orizzonti, soffre a tratti di eccessive lungaggini che probabilmente appesantiscono, più che dare respiro alla storia. Un viaggio talvolta faticoso, ma che sa ricompensare lo spettatore nel finale.




