Dopo Comandante forse quasi nessuno si sarebbe aspettato da De Angelis un film come Il fuoco che ti porti dentro, che con un budget pari a quasi un quarto di quello del film precedente, realizza un’opera molto più intima, con pochi personaggi e praticamente una sola location, dentro cui si sprigionano i conflitti familiari.
Basato sul romanzo omonimo di Antonio Franchini, considerato da molti un libro inadattabile, il film mette in scena, come in una pièce teatrale, la cena della Vigilia di Natale a casa di Antonio, interpretato da Lino Musella, uomo napoletano trasferitosi a Milano per lavoro, dove ha costruito la propria nuova famiglia con la moglie e i due figli, lontano dalla madre Angela. In occasione delle festività Angela fa visita ai figli Antonio e Paola, mentre la primogenita Enrica declina ogni tentativo di invito.
Angela ha un carattere vulcanico, irascibile, impulsivo, non ha filtri nel dire ciò che pensa e si contrappone ad Antonio, apparentemente più posato nel suo tentativo continuo di arginare la madre, le cui continue provocazioni faranno emergere però la vera natura del figlio.
Un film urlato, claustrofobico, caotico, dal ritmo indemoniato, che si attacca ai volti dei protagonisti con la camera a mano, facendone emergere tutte le emozioni, le contraddizioni e i risentimenti. Inaspettatamente, dopo questa introduzione, Il fuoco che ti porti dentro è un film che per la sua prima ora riesce anche a fare molto ridere, con una comicità intelligente e non scontata, che raramente si vede nelle commedie italiane degli ultimi anni. I due sceneggiatori Ilaria Macchia e Francesco Piccolo costruiscono delle situazioni al limite dell’assurdo, come la visita di uno scrittore per cui Antonio sta lavorando, interpretato da Tommaso Ragno, che Angela tenterà di sedurre in modo improbabile, o il ripetuto inseguimento del cappone da parte della stessa Angela, che non possono lasciare lo spettatore indifferente.
Quelle che inizialmente sembrano delle situazioni comiche, vanno a convergere in un finale che vira sapientemente verso il dramma: le risate iniziali diventano commozione, i conflitti latenti esplodono, chiarendo in parte anche le ragioni e il passato dei personaggi.
Vanessa Scalera è il cuore e il volto del film, in una delle migliori interpretazioni della sua carriera, che avrebbe meritato la Coppa Volpi femminile per la sua Angela, sgradevole, ma allo stesso tempo magnetica, sopra le righe, ma anche molto umana. Nonostante ciò, Lino Musella le tiene testa, restituendo bene il rapporto intenso di amore e odio tra i due. Lo stesso non si può dire degli altri attori, che oltre a non essere all’altezza dal punto di vista recitativo in alcuni casi, vengono quasi completamente messi in ombra dai due protagonisti.
In molti hanno già associato questo film al sesto episodio della seconda stagione di The Bear, Fishes. Non è difficile trovarne delle affinità, ma il regista e gli sceneggiatori se ne discostano, calandosi in un contesto profondamente italiano, fatto di specifiche dinamiche familiari e di contrasto tra Nord e Sud, il tutto condito da una delle colonne sonore più memorabili del cinema italiano recente, firmata La Niña.
Un film che avrebbe meritato maggiore attenzione al Lido, non solo sul piano mediatico, ma anche di riconoscimenti per l’ottima sceneggiatura o per la già citata performance di Scalera, che si spera possa avere una seconda fortunata vita nelle sale.




