It Ends di Alexander Ullom ha avuto un percorso distributivo decisamente peculiare: inizialmente il regista aveva preso in considerazione di pubblicarlo direttamente su YouTube, prima che arrivasse la selezione al festival americano South by Southwest. La partecipazione, tuttavia, non è bastata a trovare un distributore interessato ad acquisirlo. A fine 2025, però è approdato nel Video Store di Letterboxd, uno spazio che raccoglie una selezione di film indipendenti privi di distribuzione e dove è rimasto per circa un mese a noleggio. Infine, uno dei migliori scenari possibili si è concretizzato: Neon ne acquisisce i diritti per il Nord America ed esce finalmente in sala ad agosto 2026 dopo quasi un anno e mezzo dalla sua prima presentazione. In Italia è distribuito da IWonder Pictures, una scelta editoriale molto coerente con un altro titolo del loro catalogo: Backrooms.

L’esordio alla regia di Ullom segue quattro amici che partono durante la notte per un road trip. Quando si accorgono di aver sbagliato direzione, decidono di tornare indietro, trovando una foresta che sbarra inspiegabilmente il loro passaggio. Scesi ad investigare, vengono assaliti da un’orda di persone impazzite che gridano aiuto e cercano di entrare nell’auto. Ben presto si rendono conto di trovarsi su una strada senza via d’uscita né, apparentemente, una fine.

Ripercorrere le premesse fa intuire quanto potenziale avesse il soggetto di Ullom, concepito per essere girato con mezzi estremamente limitati (un budget complessivo di circa 80mila dollari) su una strada deserta con pochi attori e una macchina. Ciononostante, la visione del film restituisce la sensazione che, dopo aver definito le basi narrative e aver svelato la metafora, non rimanga più molto da dire e che quindi fosse una storia più adatta ad un mediometraggio o ad un corto.

D’altra parte, questo non significa che l’idea di fondo sia priva di spunti interessanti. Il luogo al di fuori della realtà, nel quale i personaggi sono bloccati richiama concettualmente le backrooms (a cui il regista ha dichiarato di essersi ispirato), ovvero uno spazio liminale, metafora di un’esistenza soffocante, che intrappola senza via di scampo, fino a far perdere del tutto l’identità individuale.

Non è casuale che i quattro amici si siano appena laureati: il viaggio senza fine riflette l’incertezza che accompagna il delicato passaggio all’età adulta e la sensazione che non ci siano prospettive, né punti di riferimento. It Ends prova così a raccontare una generazione di giovani, che si perdono nel cercare il proprio posto nel mondo; allo stesso tempo, in modo anche fin troppo esplicito, viene introdotta nei minuti iniziali una seconda chiave di lettura. Durante una conversazione con gli amici sui possibili peccati che potrebbero averli condotti in quel luogo, Day (Akira Jackson) confessa di aver pensato al suicidio tempo prima. La tematica e il discorso non vengono ulteriormente approfonditi, ma ci suggerisce che questa dimensione possa rappresentare una sorta di limbo della depressione, nel quale i soggetti coinvolti si smarriscono progressivamente, isolandosi sempre di più, mentre i loro gridi d’aiuto rimangono inascoltati.

Un impianto tematico sicuramente ambizioso, che tuttavia il film non riesce a sviluppare efficacemente sul piano narrativo e della messa in scena. Inizialmente, la componente orrorifica è capace di creare immagini di grande impatto, soprattutto attraverso la presenza di queste figure senz’anima, quasi degli zombie, distesi nella foresta nell’attesa di qualcuno che possa salvarli, salvo poi scagliarsi urlando contro chiunque rimanga più di 90 secondi al di fuori dell’auto. Dopo i primi minuti però, quando il gruppo scopre il “meccanismo” dell’attacco, anche le sfumature più horror legate alla tensione e al senso di oppressione di tale realtà vengono meno, lasciando spazio a lunghe sequenze in macchina spesso poco coinvolgenti.

Il film, infatti, si affida ampiamente ai dialoghi, ma la scrittura non è all’altezza: le conversazioni raramente aggiungono qualcosa alla narrazione e non contribuiscono nemmeno ad approfondire la caratterizzazione dei personaggi, a tal punto che al termine della visione, ci rendiamo conto di conoscerli poco più di quanto li conoscessimo all’inizio. Allo stesso modo non abbiamo instaurato alcun legame emotivo con i protagonisti, una mancanza grave, considerando la struttura particolarmente basata sulla dimensione umana e sulla loro psicologia. Anche lo spazio rimane perlopiù astratto, non vengono mai chiarite le regole che governano il mondo alternativo, lasciando totalmente allo spettatore il compito di colmare queste lacune.

Trattandosi di un’opera prima, It Ends rimane comunque un progetto interessante, pur con tutti i suoi limiti. Nel domandarsi (e domandarci) se sia davvero necessario cercare ad ogni costo una destinazione o se sia invece possibile accettare e abbracciare l’incertezza, riesce a proporre una risposta non scontata, affidata ad un finale convincente che restituisce un senso al viaggio compiuto fino a quel momento. Molte delle potenzialità rimangono però inespresse, soprattutto perché il film alla lunga risulta troppo ingabbiato dalle sue stesse metafore, fino a esserne fagocitato. Nonostante non sia una pellicola totalmente riuscita, questo giovanissimo regista nemmeno trentenne ha dimostrato a sprazzi di saper lavorare col genere e di possedere una voce autoriale riconoscibile; lo aspettiamo quindi al varco con le sue prossime opere.