Dopo la sua ultima apparizione a Venezia con Hokage nella sezione Orizzonti del 2023, Tsukamoto Shin’ya ritorna al lido in concorso – ultima volta nel 2018 con Zan – portando il suo primo titolo internazionale Mr Nelson, did you kill people?.

Il film esplora il senso di colpa di Nelson Allen, interpretato da un emozionante Rodney Hicks, dove il passato del Vietnam non lo ha mai abbandonato nel corso della sua vita. Seguito così dallo psichiatra Daniels interpretato da un interrogativo Geoffrey Rush, Nelson dovrà fare conti con il proprio dolore per vivere il presente con la sua famiglia.

Ancora una volta, tutto il cinema di Tsukamoto si riduce ad una lotta intestina della società tra il singolo e l’istituzione, nello specifico tra emarginati e sistema. Questo film ne è la riprova esemplare dal controcampo americano. Se già in passato il maestro giapponese aveva affrontato il trauma bellico di una nazione (la propria) con Fires on the Plain (2014) e Hokage, Mr Nelson ci conduce sul fronte armato americano più dilaniato e raccontato nella storia del cinema: il Vietnam. Dove già altri autori avevano illustrato la ferita di una nazione, a partire da Cimino con Il Cacciatore (1978), Tsukamoto riprende lo stesso timore e tremore di una generazione bruciata ma, ancor più di altri registi, mostra la convivenza con quel dolore fantasma. Esattamente come in ogni suo film, il dolore non è mai un momento pulp o mero sensazionalismo. Ovviamente, ogni riferimento a maestri che rubano capolavori da altri per dire il nulla è puramente casuale.

Nelson è assediato da dubbi e suoni che risuonano nella visione in piena trasformazione (o distruzione) del protagonista. Tuttavia, se uno Tsukamoto giovane e nichilista credeva che la mutazione fosse irreversibile, ha deciso di seguire piuttosto le orme lasciate nel finale di Hokage. Proprio affrontando il proprio trauma, una persona (e così una nazione) è in grado di affrontare e convivere con sé stessa. Lasciato il proprio dolore al passato, Nelson sarà in grado di vivere? La conclusione non lascia alcun dubbio ma, considerando la filmografia sempre contenuta del maestro (questo ha il minutaggio più corposo), probabilmente un finale meno esasperato sarebbe stato ideale per la terapia.

Profondo rispetto per il maestro in un mondo sempre più caotico e dedito alla passione della morte. Malgrado ciò, che sia la fine del viaggio o l’inizio di uno ancora più grande, nulla è certo. Solo la giuria della Mostra può dircelo.