Maja ha 29 anni e con sè una carriera musicale esplosa troppo in fretta. Il peso delle aspettative è grande. L’ansia e la depressione incombono. Il bisogno di evadere da questo logoramento anche. È questo lo spunto di Low Expectations, l’esordio al lungometraggio del regista norvegese Eivind Landsvik. E non è un spunto qualsiasi: negli ultimi anni il cinema nordeuropeo (e scandinavo, in particolare) è diventato infatti uno dei punti di riferimento mondiali per l’esplorazione psicologica dei disturbi dell’umore, capace di tradurre disagi giovanili in ritratti di rara e autentica sensibilità.

Lo dimostrano i film di Joachim Trier, lo dimostra Sick of myself di Kristoffer Borgli, lo dimostra Julie Keeps Quiet di Leonardo Van Dijil, e lo dimostra anche Low Expectations, proiettato la settimana scorsa alla Festa del Cinema di Roma dopo un passaggio alla Quinzaine des Cinéastes del Fesrival di Cannes. Proprio nella Capitale abbiamo intercettato il regista per fare una chiacchierata.

Da dove nasce il film? E c’è stato un momento in cui hai vissuto qualcosa di simile a quello che attraversa Maja?

Lo faccio risalire a un periodo in cui facevo lo stesso lavoro di Maja, anche se non in modo fisso. Un amico insegnante mi chiamò per chiedermi se il giorno dopo potevo sorvegliare un esame, solo stare lì seduto, perché sapeva che non avevo niente da fare. In quel periodo sentivo di star fallendo nella mia carriera. Guardavo gli studenti e mi chiedevo chi fossero, da dove venissero, dove stessero andando. Ho ripensato ai miei anni di scuola e mi sono sentito vecchio. Il film è nato da quella noia e da quelle riflessioni. E sì, ho molte esperienze in comune con Maja.

Perché secondo te l’ansia è diventata così diffusa tra i giovani?

Forse se ne parla solo di più. Io ci convivo da tanti anni, ma ho capito cosa fosse soltanto tre anni fa, più o meno. Mi sono detto: ok, ecco cosa mi succede dentro. Per questo non so se sia più comune o solo più raccontata. Pensando ai temi del film, però, credo che i social media creino nei ragazzi sogni e aspirazioni irrealistici. Oggi dobbiamo fare i conti in un modo diverso da prima, e forse questo non aiuta. Ma non ne sono sicuro.

Nel film l’ansia non viene mai mostrata, ed è giusto così: l’ansia è spesso invisibile. Come sei riuscito a tradurla sul grande schermo?

È un aspetto importante proprio perché per la maggior parte delle persone resta invisibile. Te ne accorgi solo se succede a qualcuno che ti è vicino, perché ne vedi cambiare il comportamento. Noi abbiamo lavorato su come Maja sta con gli altri e su come se ne va: abbandona di colpo le situazioni che la mettono sotto pressione. Poi c’è un vero attacco d’ansia, nel camerino di un negozio di vestiti. Ci abbiamo lavorato tantissimo, discutendone a lungo. Di solito l’ansia al cinema è rumore, si alza il volume di tutto. Nella mia esperienza succede il contrario: si abbassa tutto, come in un cortocircuito. Il sistema smette di funzionare, non senti più niente e non riesci a interagire con niente. Volevo raccontarla così, in sottrazione.

Come hai lavorato con Marie?

Ci siamo capiti quasi subito, proprio su quello di cui parlavi: rendere visibile l’invisibile. Ai provini mi colpiva soprattutto quando parlavano gli altri e lei osservava, pensava, cercava una risposta. La sua presenza aveva qualcosa di fortissimo e durante le riprese ho cercato di proteggerla. In parte era già nella sceneggiatura, perché per lunghi tratti Maja parla pochissimo. Ma Marie è andata oltre l’artista che interpreta un’artista: ha capito l’essere umano che il film racconta, e lo ha recitato con grande delicatezza. Io ho solo cercato di proteggere e nutrire tutto questo.

E invece che ruolo ha la madre?

È fondamentale. Poter tornare a casa da tua madre dopo una crisi è un privilegio. Ma Maja si vergogna: si sente una fallita perché deve tornare a casa senza un soldo. È la vergogna a renderla cattiva, a farle trattare male sua madre. Invece di accettare l’amore che lei le offre, la respinge e si nasconde, perché si vergogna moltissimo di se stessa. Low Expectations è prima di tutto la storia di queste due donne e di come riescono a ritrovarsi.

Si sente molto l’influenza del cinema di Joachim Trier. In Italia sono pochi i film capaci di raccontare questi temi così. Da dove nasce questa sensibilità del cinema norvegese e nordico?

Trier ha cambiato per sempre il cinema norvegese, perché lo ha portato sulla mappa internazionale. Quando è uscito il suo primo film, Reprise, vent’anni fa, per me è stato un evento enorme: l’ho visto credo sei volte in sala. Era finalmente un film in cui mi riconoscevo davvero. Ma mi ispirano anche registi europei, americani e asiatici che hanno uno sguardo delicato. Amo Sofia Coppola, Lost in Translation, e Somewhere è stato un riferimento importantissimo. Amo Mia Hansen-Løve e, andando più indietro, Eric Rohmer. E poi Hirokazu Kore-eda, per come raccontano la vita quotidiana.

Stai già lavorando a un nuovo film?

Ci sto provando, ma siamo in una fase molto iniziale. Spero di riuscire a rifarlo.