«... è ancora in corso».

Così si chiude Naza, documentario di Yuval Abrham e Rachel Szor che chiede a militari carnefici israeliani selezionati di rievocare pratiche assassine davanti alla camera.

Prodotto dal The Guardian e Jonathan Glazer, Naza ricorda, come da un campanello d'allarme ad intermittenza necessario al fine di risvegliare coscienze assopite, che un genocidio è ancora in corso.

Ulteriore conferma che non bisogna credere nell'evitare la conclusione che la legittimazione da parte dei media e il relativo disinteresse per le vittime siano ormai troppo radicati per essere irrilevanti. Non è così.

Naza propone di svelare la realtà. Rimane focalizzato. Non perde mai di vista la centralità del suo intento. Documenta con fare chirurgico. Nella costante dialettica tra cinema e verità. Ulteriore tassello verso una nuova era di immagini, colpa, e complicità, sotto l'ottica del "necessario". Sempre alla strenua ricerca di un presunto bene.

Si muove contemporaneamente tra diverse dimensioni: da un lato, visione documentaristica di un governo apertamente criminale; dall'altro, analizza in modo agghiacciante come la brutale logica della violenza si ripercuota a livello personale, nazionale e globale. Il peso dello sguardo riflesso sulla coscienza arriva tutto. Naza è viscerale. Si fa fatica a guardarlo. Solleva interrogativi. Atto di testimonianza fatto di ombre. Non-volti dalle voci modificate, fagocitati dai fatti commessi. Lo schermo funge da specchio di un pubblico (presumibilmente) scosso.

I registi pongono domande, ricevono risposte e il mistero diventa se "chi ha commesso" provi rimorso o meno. Tutto questo, alimenta un impatto devastante; non può essere solo condanna della brutalità di un Paese, se il Paese è il proprio. Ascoltare questi "uomini" raccontare storie di sofferenza è insopportabile, soprattutto considerando che la loro organizzazione militare è ancora attiva nell'attimo stesso in cui si scrive.

Così Naza dispiega l'angoscia ancora irrisolta. Assieme a No Other Land, si aggancia alla disperazione, senza catarsi o supposizioni. Per più di un'ora si concentra sullo scempio, come Israele reprime chi gli si oppone. Gli ultimi minuti sono il controcampo - l'ennesimo - su Gaza, di chi subisce, soffre, e muore.

«Ho preso in mano una macchina fotografica come arma contro ciò che più odiavo dell'universo». Nelle mani di questi cineasti, la macchina fotografica/da presa diventa arma di verità, per testimoniare e restituire.

A questo punto, chiunque veda questo/i film potrebbe condividere tale disperazione, ma sarebbe da chiedersi se abbiamo davvero capito cosa sta succedendo.

Si vorrebbe sempre essere altrove evitando lo sguardo. Ma distoglierlo è un privilegio, sopraffatto dalla responsabilità di essere testimone di tali atrocità. Perché guardare non basta, se vogliamo dare ascolto, non dobbiamo solo riconoscere le violenze attuali; dobbiamo parlare e agire contro di esse.

Naza vuole questo.