Ancora prima del cover film Yesterday (2019), dove c’era il furto dell’oggetto del desiderio – i Beatles – che tutti conosciamo, Danny Boyle è sempre stato uno sciacallo. Lo ha sempre dimostrato fin dalla sua sequenza più celebre di Trainspotting (1996), con Mark che si perde per le condutture della Scozia dove l’immaginario allucinato è ripreso dalla letteratura sia irriverente di Irvine Welsh con l'omonimo romanzo (1993) che schizofrenica di Thomas Pynchon dal suo Arcobaleno della gravità (1973), con una scena molto affine. Lo stesso discorso vale per Steve Jobs (2015), riprendendo Aaron Sorkin – sceneggiatore di The social network – per sviscerare l’intimità di un altro genio asociale che ha caratterizzato il nostro presente. Non si è risparmiato nemmeno di fronte ad una sua creatura come 28 anni dopo (2025), dove stabilisce i termini per una saga contemporanea dal suo primo titolo del 2002 e riprende narrazioni ed estetiche del medium videoludico sempre più imperante nel nostro immaginario collettivo. Ink è la sua ennesima opera che non dimenticheremo facilmente.

Tuttavia, la domanda sorge ormai spontanea: stiamo parlando di un falso d’autore o un falso autore?

Nel caso di Ink, le vicende ci conducono in un mondo alla deriva con l’acquisizione del quotidiano The Sun da parte di Rupert Murdoch, interpretato da un esigente Guy Pierce, che lascia la direzione del tabloid scandalistico al giovane Larry Lamb, interpretato da un talentuoso Jack O’Connell. L’agnello Lamb diventerà presto il lupo di Fleet Street, così come il film stesso. Ink, però, non è un film di Scorsese e si nota.

La provocazione e la denuncia di un sistema malsano dedito esclusivamente al profitto sono il punto di forza del film ma la regia è tutt’altro che pomposa e irriverente come nel caso del regista italo-americano. Questo caso inglese ha uno sguardo lucido sul presente proprio nella frenesia che ne è scaturita dai brevi colloqui tra uomini schifosi che hanno abbracciato il denaro piuttosto che l’etica. Il fascino che ne deriva non è più discreto, ma alla portata di tutti. Se prima la televisione era un momento di unione sociale, oggi il singolo è affidato al feed inarrestabile dell’algoritmo che ci coccolerà fino all’apocalisse. Non proprio come altri alieni salvifici di quest’anno. Questo film ci ricorda che nel nostro presente l'autenticità e la bellezza sono utopie, ma il sublime è l’unica certezza che ci resta.

Tirando le somme, Danny Boyle è inquadrabile come un autore politico che non si è mai tirato indietro nel posizionarsi contro il giorno pieno di contraddizioni e disequilibri dei moralisti inglesi (e altri).

Ink è un’apertura mozzafiato che dà speranza per un concorso autentico come questo film e il suo autore.