Il film vincitore della categoria miglior lungometraggio alla 40° edizione del MiX, il Festival Internazionale di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer, è il giapponese Tiger. La quarta opera del regista indiano Anshul Chauhan, ormai da anni trapiantato a Tokyo, si rivela un ritratto estremamente maturo e autentico dell’esperienza di un omosessuale nella capitale del Sol Levante, frutto anche delle numerose ricerche di aneddoti e vicissitudini condotte dall’autore per raccontare fedelmente la comunità LGBTQ+ locale.

La storia segue la vita di Taiga, un trentenne che si trova ad affrontare un bivio: da una parte seguire la propria strada, abbandonando il lavoro di massaggiatore per tentare il salto nell’industria del porno gay; dall’altra conformarsi alle volontà del padre, che, all’oscuro della sua omosessualità, gli ha promesso la casa di famiglia, a patto che formi una famiglia eteronormativa. Il giovane, che per anni ha posticipato il suo coming out e continuato a vivere in una totale condizione di precarietà, si ritrova così con le spalle al muro, nel momento più complicato della sua vita.

Da queste premesse inizia per Taiga una sequenza di incontri che accompagneranno il suo percorso e lo porteranno, forse, all’accettazione di sé stesso, anche attraverso il l’assunzione del nome Tiger, propostogli per la carriera di pornostar.

Le vicende che seguono sono molteplici e, in questo senso, emergono tutti i limiti di un film che tenta di ragionare per accumulo. Le numerose sottotrame rischiano infatti di appesantire una narrazione a tratti sovraccarica, che avrebbe potuto concentrarsi maggiormente su alcune vicende. D’altra parte, il film entra così a fondo nella quotidianità di quest’uomo da restituirne anche tutte le contraddizioni. Taiga non viene certamente ritratto come un personaggio negativo, ma ne emergono al contempo tutte le fragilità: è un uomo ancora totalmente irrisolto, che vediamo davvero a suo agio soltanto in compagnia della giovane figlia della sorella; nella vita non ha mai perseguito grandi ambizioni né intrapreso studi come il padre e la sorella, entrambi dentisti, che non mancano di farglielo pesare a più riprese; come massaggiatore, inoltre, non esita a lasciarsi umiliare, sfruttare e abusare, in un ciclo che sembra ormai più che consolidato.

Si entra così nella sua psiche, nella sua paralisi di fronte alla necessità di aprire un nuovo capitolo della propria vita. Bagni pubblici, club gay, incontri segreti con ex amanti sposati che fingono un’identità eterosessuale sono tutti parte di questo grande mosaico. L’interprete Katagiri Taiga riesce perfettamente a tratteggiare un personaggio che, per quanto profondamente sofferente e disilluso, nasconde in realtà tratti solari e ingenui. Ci troviamo di fronte a un uomo che vorrebbe essere tutto fuorché perennemente affranto e ripiegato su sé stesso, ma che conserva un impeto di energia e vitalità. Per questo, l’assonanza tra il nome Taiga e quello assegnatogli, Tiger, assume un ruolo chiave nel percorso di maturazione che il protagonista deve compiere per diventare la migliore versione di sé stesso.

Un film sincero e profondamente sentito, già presentato in Italia alla scorsa edizione del Far East Film Festival, che ci auguriamo di poter rivedere presto nelle sale italiane.