Sono alla Mostra del Cinema di Venezia, per il sesto anno consecutivo. E anche se ormai il Lido è casa, sbarcarci fa sempre un certo effetto, come se fosse la prima volta. Già, la prima volta: era il 2021, ero appena maggiorenne e dovevo cominciare la quinta superiore. Eravamo doppiamente vaccinati ma il Covid divampava ancora: mascherine in sala e distanziamento tra le poltrone. La mia esperienza veneziana fu subito battezzata con una delle proiezioni più attese del decennio: Dune di Denis Villeneuve (sì, era il pieno della Mostra hollywoodiana). Riservatissima, cellulari imbustati e grande tensione nell’aria. Ma anche eccitazione, quella che annulla ogni giudizio negativo e per cui persino i film brutti sembrano belli. Perché in quel momento conti solo tu e il posto in cui ti trovi. Fu un’esperienza incredibile, ed è strano pensare che quel miracolo audiovisivo si stia per compiere, quest’anno, con l’arrivo della terza parte.
Ad ogni modo, oggi sono qui per la sesta volta. Laureato, meno sbarbatello, più consapevole. Imborghesito, con il pass da giornalista. E anche più rompicoglioni. L’arrivo al Lido, però, resta sempre un momento emozionante: ritrovi amici e colleghi che non vedevi dall’edizione precedente, riconosci l’agitazione negli occhi dei tuoi nuovi compagni di viaggio alla loro prima esperienza, ti fermi a guardare le bellissime locandine dei film che impreziosiscono il lungomare e torni a gustare il sapore degli spritz annacquati a tre euro e cinquanta. Poi senti: “Stasera pizza?”. E capisci che il festival è cominciato per davvero perché sarà pizza per dodici sere consecutive. Infine, speri che la notte di preapertura riuscirai a dormire. Spoiler: ti addormenterai solo quando suonerà la sveglia.
A maggio sono stato per la prima volta al Festival di Cannes. Un’esperienza bellissima che sicuramente mi farà vedere Venezia con uno sguardo diverso. O meglio, con alcune consapevolezze più forti. La Croisette è un posto magnifico, in cui il tempo sembra non fermarsi mai. Un ecosistema roboante, vivacissimo e multiculturale. Per certi versi, anche cafone, ma ci sta: in fondo, è un evento che, a differenza della Mostra, si inserisce in una città già viva e turistica di suo. Non si dorme mai. Il Lido, invece, è un luogo sospeso nel tempo, quasi schiacciato dalla sua stessa decadenza: da meta di villeggiatura aristocratica di inizio Novecento a isola dimenticata all’ombra del campanile di San Marco, che torna a vivere solo nei giorni della Mostra. Un’atmosfera che si presterebbe benissimo a un set di un film di Martin McDonagh, per citare un protagonista di questa edizione.
Dicevamo: come si respira, si vive e si assorbe il cinema a Cannes, in nessun altro posto. Lì, ti senti veramente parte di qualcosa di grande, di enorme, di importante, anche solo per un dettaglio: alle première in Grand Théâtre Lumière (non una sala ma uno stadio da più di duemila posti) ti devi presentare obbligatoriamente in smoking. A Venezia invece il dresscode non esiste. Anche a livello logistico-organizzativo, Cannes gioca un altro campionato. complice soprattutto il fatto che la Francia riserva al cinema finanziamenti ben diversi rispetto all’Italia. C’è il mercato, dove vengono comprati e venduti i principali film che segneranno le successive stagioni. I luoghi sono incredibili e anche gli stessi abitanti della Croisette: se ti vedono con l’accredito addosso, quasi ti vengono a stringere la mano. Al Lido, invece, capita spesso il contrario. Per i veneziani sembri quasi un invasore, un fancazzista che disturba la quiete pubblica (rivelazione: il festival esiste da ben prima che loro nascessero) e puntualmente ogni mattina, nel tragitto per andare dall’appartamento alla zona della Mostra, ci insultano lamentandosi degli autobus sempre pieni – venite a prendere la metro a Milano alle 8 del mattino - come se la colpa fosse di noi accreditati e non del comune che non implementa il servizio. Capirai poi, per dieci giorni l’anno.
Quanto alla selezione, anche qui Cannes è un altro mondo. Per qualità in quantità. A Venezia sembra che tutto quello che sta fuori dal concorso abbia poca risonanza (salvo alcune eccezioni), mentre sulla Croisette capita spesso di trovare i film migliori, quelli che riescono a creare attorno a sé un dibattito critico capace di durare tutto l’anno, proprio nelle sezioni parallele. Penso quest’anno a La Gradiva nella Semaine de la Critique o Club Kid in Un Certain Regard. È anche vero che Cannes è un appuntamento che si svolge a maggio, per cui un film subito pronto cercherà quasi sempre il passaggio sulla Croisette.
Dalla Costa Azzurra torni soddisfatto e anche un po’ stordito: hai visto film importanti, calcato il red carpet con il papillon, bevuto tanto, dormito poco e mangiato peggio, ma con la percezione di essere stato, per due settimane, il re del mondo. Poi, però, qualche mese dopo giungi alla Mostra e cambia tutto. Il Lido è umanamente più intimo, più lento e meno ossessionato dalla propria immagine. Ed è una vera e propria bolla: tutto concentrato in un lungomare pulsante che puoi percorrere in pochi passi; più accessibile per il pubblico (c’è la possibilità di acquistare i biglietti come se stessi andando in un cinema qualsiasi) e meno industry rispetto alla Croisette. C’è meno pretesa, meno smoking obbligatori e meno necessità di dimostrare qualcosa. È un festival che si lascia vivere, prima che raccontare. Tornarci dopo Cannes ti dà quella sensazione di un fuorisede a Milano che rientra a casa nel suo paesino del sud: ritrovi gli stessi odori, gli stessi angoli e la stessa gente. E in un attimo è come se non te ne fossi mai andato via.



